Industriali illuminati, la ricchezza del ’900

di Fabio Ravera

Libero Bigiaretti fa parte dei dimenticati della letteratura italiana. La sua esclusione dai volumi scolastici lo hanno reso quasi sconosciuto anche agli addetti ai lavori, eppure lo scrittore nato a Matelica nel 1905 e morto a Roma nel 1993 rappresenta una voce narrativa e critica importante nel panorama italiano. Soprattutto sul versante della «cultura industriale» di cui fu protagonista: per anni infatti Bigiaretti lavorò come direttore dell’ufficio stampa dell’Olivetti di Ivrea, esperienza che gli diede l’opportunità di studiare da vicino i meccanismi che regolavano quello che all’epoca veniva definito il «capitalismo illuminato». Questo l’oggetto del libro a cura della ricercatrice lodigiana Cristina Tagliaferri, che in Libero Bigiaretti - Scritti e discorsi di cultura industriale ha raccolto alcuni brani inediti dello scrittore marchigiano. Attraverso discorsi e scritti apparsi su riviste del settore si può così ricostruire un mondo ormai scomparso: le ragioni da cui muove l’indagine di Bigiaretti conducono infatti alla famosa domanda proposta da Adriano Olivetti: «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?». Bigiaretti acquisì l’attitudine a leggere i fenomeni del proprio tempo anche a una serie di esperienze legate a importanti quotidiani e periodici. L’incontro con Olivetti fu il cardine per interrogarsi sulla classe operaia: «In questo orizzonte di senso - scrive Tagliaferri - si collocano le considerazioni di Bigiaretti, rigorose e lucide fino a risultare profetiche nelle parole conclusive. Un discorso volto a richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori sull’importanza di formare l’impiegato e l’operaio, nel senso di aiutarlo a migliorare la propria cultura e il tempo libero».

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LIBERO BIGIARETTI,Scritti e discorsi di cultura industriale, Hacca Edizioni,Matelica 2010,pp. 152,12 euro

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