Charlot, una vita fra alti e bassi sotto i riflettori

L’emozione del cinematografo, Charlie Chaplin anziano, la morte e l’importanza di una risata per cui «un giorno senza sorriso è un giorno perso». Fabio Stassi è riuscito a mettere insieme tutti questi elementi in un romanzo rocambolesco, che tocca temi universali, con cui è nella cinquina del Premio Campiello. Il vincitore sarà scelto il 7 settembre al Teatro La Fenice di Venezia.«Volevo raccontare la storia della nascita del cinema. Charlie Chaplin è venuto da sé, ma il protagonista di questo libro è una Vecchia Signora, la morte» racconta Stassi, siciliano di origine, 51 anni, che vive a Viterbo, lavora a Roma come bibliotecario ed è autore di tre romanzi fra cui Fumisteria, premiato con il “Vittorini” per il miglior esordio.Lo scrittore immagina che Chaplin, arrivato a oltre ottant’anni ma padre di un bambino ancora piccolo, la notte di Natale venga visitato, nella sua casa in Svizzera, dalla Morte a cui propone un patto: se riuscirà a farla ridere guadagnerà un anno di vita. E così succede, Charlot si

salva e nell’attesa del prossimo incontro fatale con la Vecchia Signora scrive una lunga lettera al figlio. L’appassionata missiva «è una sorta di riflessione sulla trasmissione del desiderio di padre in figlio. Ma la memoria che Chaplin consegna al figlio è inventata. Il cinema è raccontato da un Arlecchino. La storia è costruita come una specie di circo e popolata di gente. C’é una galleria di personaggi a cui manca sempre qualcosa» spiega Stassi. C’è Ester la cavallerizza, c’è un tipografo senza dita, una donna cieca, Naima come il celebre brano di Miles Davis e un pugile, «un personaggio - dice lo scrittore - che ho rubato a Paul Auster». E poi c’è un’anziana romena «che porta sulle tombe dei bastoni perché è convinta - spiega sempre l’autore - che si debba continuare a camminare».Chaplin, nel raccontare la sua lunga vita fra illusioni e delusioni, dal padre alcolizzato alla madre che impazzisce, dall’esordio ai primi successi alla vita da orfano negli Stati Uniti fino a Charlot, il Vagabondo, «vuole restituire un’integrità e lo fa per il figlio» spiega Stassi. «Siamo abitati dal vuoto, dalla mancanza, ma dobbiamo mantenere vivo il desiderio, avere un atteggiamento positivo» dice lo scrittore. Il romanzo diventa così anche il ritratto di un’epoca, dei primi del Novecento. «L’insegnamento di Italo Calvino di sforzarsi di pensare per immagini mi ha sempre guidato nella scrittura» racconta Stassi che, parlando del lettore ideale, dice scherzando un pò: «nemmeno sotto tortura consiglierei a qualcuno il mio romanzo. Penso che i libri abbiano a che fare con l’amicizia e di ogni romanzo che ho letto mi ricordo chi me lo ha consigliato». «La lettura - continua lo scrittore - ti contagia come una malattia e ci sono modi diversi di leggere: quello dell’occhio critico, scientifico e quello di chi indossa la giacca del personaggio». In fondo, per Stassi, «i personaggi sono alla fine persone in carne ed ossa e ti aiutano a sostenere lo spessore della vita».

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Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio, Palermo 2013, pp. 279, 16 euro.

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