Cattolici e politica al tempo (nuovo) di Papa Francesco

«Family Day», valori non negoziabili», «teocon». Sono alcune parole chiave del lessico cattolico durante il ventennio appena trascorso, quello del connubio tra la Conferenza episcopale italiana guidata dal cardinal Ruini e il centrodestra berlusconiano. Un «incubo notturno» dal quale la comunità dei credenti fatica a uscire nonostante la richiesta di Papa Francesco di una rigenerazione della Chiesa in nome della misericordia evangelica. È la tesi di Domenico Rosati, già senatore e presidente delle Acli, che ha pubblicato per le Edizioni Dehoniane di Bologna I cattolici e la politica. Potere e servizio nello spazio pubblico. «In questo libro non si troveranno brevi cenni sull’universo», scherza l’autore sul titolo che potrebbe far pensare a un erudito saggio politologico o teologico, «ma le cronache di un tempo recente, gli ultimi vent’anni, di un luogo determinato, l’Italia, e di una vicenda specifica: l’intreccio tra la visione cattolica più tradizionalista e la pratica d’esercizio del potere da parte di una forza politica, quella con leader Silvio Berlusconi».Rosati invita vescovi e semplici credenti a un esame autocritico che finora non hanno mostrato di saper fare, limitandosi in troppi casi ad applaudire i «detti» di papa Francesco, senza però approfondire il senso delle sue «provocazioni evangeliche». «Senza la sfida di Francesco», ammette Rosati, «il mio libro non sarebbe mai stato scritto: sarei rimasto nel limbo della rassegnazione». Si prenda, ad esempio, la questione dei temi cosiddetti «eticamente sensibili» e dei connessi «principi non negoziabili». Parole d’ordine oggi quasi dimenticate, ma senza spiegare perché così a lungo quei concetti siano stati ossessivamente proposti, tanto da tracciare attorno a essi la linea di uno spartiacque politico. Dove una presunta «posizione cattolica» si poneva a sostegno di quella parte politica che proclamava di «compiacere» i desideri delle gerarchie, con convinzione o meno, con coerenza personale o meno. Diffidenza quando non ostilità, viceversa, secondo Rosati, veniva riservata all’impegno civile di altri politici cattolici, come ad esempio nel caso di Romano Prodi. Anche esaurita la vecchia fase della Democrazia cristiana come partito unico dei cattolici, la gerarchia ecclesiastica ha continuato, insomma, a ricercare strumenti di presenza politica propri o direttamente influenzabili. Sul piano culturale, prosegue il ragionamento dell’autore, i credenti sono stati rinchiusi nel recinto di una dottrina autosufficiente, inadatta a decifrare i segni dei tempi e a misurarsi con essi. Visione chiusa rispecchiata sia nelle battaglie di “sbarramento” come il Family Day, il referendum sulla procreazione assistita e le prese di posizione contro il Gay Pride, sia nei rapporti con la politica, dai cosiddetti «teodem» e «teocon» dei contrapposti schieramenti fino all’avventuroso investimento elettorale sull’agenda Monti. Una «logica clericale», fa notare Rosati, che il nuovo Papa ha definito come «un peccato a due mani». Proprio nell’insegnamento di Francesco -da prendere sul serio- c’è invece la spinta a esplorare inedite vie di presenza e responsabilità dei cittadini cristiani. Non più con le paure da cittadella assediata ma con la fiducia di una nuova profezia.

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Domenico Rosati, I cattolici e la politica. Potere e servizio nello spazio pubblico, Edirtici Dehoniane Bologna, 2014, pp. 190, 16,50 euro

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