1918, la prima pandemia che cambiò il mondo

1918, la prima pandemia che cambiò il mondo

IL LIBRO: Il precedente della “spagnola” insegna che il panico non aiuta in una situazione di emergenza

“Si decise la chiusura di scuole, teatri e luoghi di culto, furono adottate restrizioni al trasporto pubblico e proibiti i raduni di massa. Nei porti e nelle stazioni ferroviarie fu imposta la quarantena e i malati vennero trasferiti negli ospedali, dove furono creati reparti di isolamento per tenerli separati dai pazienti non infetti. Campagne informative avvertivano di usare sempre il fazzoletto quando si starnutiva e di lavarsi le mani regolarmente, di evitare i luoghi affollati ma di tenere le finestre aperte […]”.

Sembra cronaca di questi giorni, invece sono le parole usate da Laura Spinney per descrivere le misure assunte dalle autorità tra il 1918 e il 1920 per arginare la diffusione della “spagnola”, la pandemia capace di uccidere decine di milioni di persone in tutto il mondo (l’assenza di dati in molte aree rende difficile dare numeri certi), assai più di quelle cadute durante la Grande Guerra.

Il libro della giornalista scientifica inglese è una lettura istruttiva in questo periodo, senza sospetti di voler sfruttare l’onda del coronavirus, essendo uscito nel 2018. Ed è istruttivo per comprendere (e vivere) il presente sulla scorta di quanto accaduto un secolo fa, dacché – proprio nel marzo del 1918 – venne ufficialmente registrato il primo malato della sindrome influenzale presto definita “spagnola” perché i giornali iberici, esenti da censura in quanto la Spagna era rimasta neutrale, furono i primi a parlarne senza infingimenti. Da dove sia scaturita realmente la pandemia, che in tre ondate invase il globo seminando morte e paura in popolazioni prostrate dalla guerra e senza adeguati sistemi sanitari né conoscenze scientifiche (i virus non erano ancora stati scoperti), è ancora materia di ipotesi tra gli studiosi: la Cina (rieccola..), il fronte di guerra francese o il Kansas, dove venne certificato il primo caso. Ma questo, se vogliamo, non è il punto focale. Quel che insegna il volume, documentatissimo e con un lungo proemio dedicato all’analisi storica delle malattie di massa, è anzitutto a cogliere l’importanza di una giusta “aggressione” all’epidemia per ridurne la diffusione e a individuare nelle autorità sanitarie – forti oggi di ben altre certezze sul piano medico-scientifico - le sole fonti cui affidare la gestione delle emergenze. Panico, allarmismi ma anche minimizzazione dei problemi non aiutarono allora e non aiutano oggi. “Sapere aude!”.


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