«Una notte all’aperto fuori dall’ospedale: questa è la Caporetto dei diritti»
Parenti in attesa (Foto by Ribolini)

«Una notte all’aperto fuori dall’ospedale: questa è la Caporetto dei diritti»

L’amarezza di un lettore per la situazione all’ospedale Maggiore di Lodi

Passare la notte all’aperto su una sedia di fronte all’ingresso dell’ospedale, attendendo - non senza preoccupazione - notizie sulla salute della moglie che da ore si trova all’interno del pronto soccorso: una guardia giurata che gironzola attorno e, di fronte, lo sfavillio delle luci a illuminare la hall dell’ospedale col bar, le sue sedie e le sue poltrone, inaccessibili, inarrivabili.Succede questo a Lodi a un mio parente, ed è successo in una notte già umida e fredda per fortuna senza pioggia e senza vento: ma pioggia e vento c’erano tre notti fa ed altre notti ancora qualche settimana or sono. La caporetto dei diritti nella nostra città si materializza in tutta la sua tristezza: leggevo su questo giornale degli appelli del Dott. Bolis e di Mario Uccellini affinché fosse consentito ai parenti dei malati, con criteri rigorosamente definiti e inflessibilmente applicati, di entrare nelle corsie per prestare agli stessi quell’assistenza e conferire quel conforto che nessun altro soggetto, pur professionale ed applicato, può garantire e trasmettere ai degenti soprattutto in un momento come questo.

Nulla mi risulta sia stato fatto in tal senso.

A questo si aggiunge, ancora, la vessazione ingiustificabile e insostenibile di costringere i congiunti e/o gli amici delle persone che accedono al pronto soccorso (evidentemente non per motivi di piacere) ad aspettare all’aperto senza nessun conforto alla mercé dei capricci del tempo (siamo in autunno e ci avvieremo all’inverno) e dei colori e dei rumori della notte (ma anche del mattino e del pomeriggio: nulla cambia!) Sembra che sia già finita nei cassetti dell’oblio tutta quella nuova umanità che ci aveva convintamente riunito ai tempi delle processioni di camion che trasportavano bare; delle morti senza preghiere; degli addii senza saluti: mai più! dicevano tutti, dicevamo tutti.

Mai più cosa? Se vai in ospedale saluta bene a casa e spera di tornarci, ma non vedrai nessuno per tutto il tempo che durerà il ricovero; se vai in pronto soccorso saluta bene, spera che il telefonino sia carico e confida che tuo marito, tuo fratello o sorella, o tuo nonno o il tuo amico siano abbastanza forti e sani per poter attenderti fuori all’aperto, col sole o con la neve, forse con la nebbia e con il ghiaccio! Mai più cosa? È storia di una decina di giorni fa: a Lodi, dopo mesi, hanno riaperto la biglietteria della stazione con conseguente grancassa ad aggiudicarsi il merito di questo risultato! Già, c’era da festeggiare: un capoluogo di provincia, rimasto senza biglietteria (e senza edicola) nella stazione ferroviaria causando disagi non banali a migliaia di pendolari nostri concittadini, tornava a godere di un servizio semplicemente dovuto!

Ecco, mai più: si erano impegnati tutti, dopo la fase acuta della pandemia, a lavorare per una società più giusta, equa e solidale dove soprattutto i più deboli e fragili (quante menate sugli anziani, quelli sovraesposti al virus e a tutto il resto!) fossero tutelati, assistiti, confortati. Con tenerezza! Credo che la situazione in ospedale sia assurdamente ingiusta e inaccettabile; e credo anche che un sindaco che abbia a cuore il bene dei propri concittadini dovrebbe prendere il telefono e chiamare chi di dovere affinché entro il giorno dopo sia approntato un spazio adeguatamente attrezzato per ospitare persone in attesa.

Non serve un Consiglio dei Ministri, servono attenzione, buona volontà, buon senso, determinazione e un po’ di tenerezza!

Lorenzo Musitelli

Lodi

Gentile Musitelli, lei ha ragione: è una situazione “ingiusta e inaccettabile”, della quale non hanno colpa medici e infermieri. Rivolgiamo un appello accorato ai manager, ai dirigenti della sanità lodigiana, affinché trovino rimedio. E rivolgiamo il medesimo appello al governatore Fontana e all’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, sulle cui scrivanie ogni mattina arriva la rassegna stampa dei quotidiani locali lombardi.

Lorenzo Rinaldi


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