In ricordo di Ongis e Bescapè, due grandi della Bassa Lodigiana

Orio Litta

Stiamo perdendo poco alla volta persone uniche, uomini per bene che hanno fatto in silenzio giorno dopo giorno la nostra storia dispensandoci esempi di vita, senza mai mettersi al primo posto. La Quaresima qui nella Bassa è scoccata in anticipo. Se ne sono andati quasi contemporaneamente due grandi uomini che fino a ieri hanno seminato disponibilità, onestà, saggezza e semi di grande attaccamento alla terra dove hanno camminato. Uno è figlio della nostra Bassa, l’altro nella Bassa ha messo su famiglia dispensando a piene mani tutto se stesso.

Il dottor Gianantonio Ongis non era Lodigiano di nascita, veniva dalla Bassa Bergamasca, terra di campi e stalle un po’ come quella di Senna. È stato per decenni un medico rispettabilissimo e professionalmente impeccabile, che univa alla competenza una carica umana non scontata. Innamorato del suo lavoro e dei suoi pazienti, ma anche di quanti lo fermavano, fuori da Messa, per un consiglio, si è battuto fortemente per mantenere a Casale un presidio ospedaliero all’altezza del passato e a misura dei malati. Se lo vedevo a Senna dopo “mesa granda” gli chiedevo dell’Atalanta. Era tifosissimo, tanto da seguire allo stadio le partite casalinghe e lui mi raccontava i segreti della squadra del cuore, orgoglio dei veri bergamaschi.

Silvano Bescapè era livraghino, uno dei non pochi geniali artisti del paese dei “bauscia”. Aveva la semplicità, la signorilità pacata di far apparire normale l’immenso lavoro di raccolta e catalogazione che negli anni ha seguito, con la ferma passione per tutto ciò che rappresentava il nostro passato, tanto da creare in casa un grandissimo archivio storico fotografico. L’anno scorso lo vidi in occasione della corsa ciclistica per dilettanti di cui Livraga resta un “unicum” nel Lodigiano. Non aveva in mano la reflex: “Sono un po’ stanco, non scatterò le foto dell’arrivo”. E mi invitò in casa sua. “Guarda, mi disse fra vetrine e armadi zeppi di materiale, mia moglie non sa quanto mi è costato, ora non so dove finirà tutto questo”.

Mi chiedo, e ormai mi capita un po’ troppo spesso: perché non mi sono fermato una volta in più a parlare con persone così uniche e piene di vera umanità?

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