«Il piano dell’ex Consorzio cancella la storia del territorio»

«Il piano dell’ex Consorzio cancella la storia del territorio»

La demolizione degli edifici storici nel mirino del professor Mario Fosso

Tra i principi della Carta costituzionale, trasformati in legge e normativa in anni non recentissimi, quello relativo ai Beni Culturali venne tradotto in Codice solo nel 2005. Prima ancora, la sensibilità e l’azione di alcune Associazioni come Italia Nostra e il Fai ne avevano anticipato la necessità e l’urgenza affiancandosi ad altre istituzioni di più antica formazione, quali il Touring Club Italiano. “La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura”. Così recitava uno dei punti preliminari del Codice dei Beni culturali del 2005, vi si elencavano categorie riferibili a “cose materiali”, quali edifici ed opere d’arte, ma anche “immateriali”, ad esempio i paesaggi e perfino le memorie che su di essi si erano sedimentate nel corso del tempo.

Nella discussione relativa all’Ex-Consorzio a Lodi, e delle altre ex aree industriali di Lodi è mancato fino ad ora il riferimento al principio indicato dalla Carta e dal Codice dei Beni culturali, ovvero concretizzare la testimonianza del lavoro, della scienza agraria e delle applicazioni industriali sviluppatesi nel Lodigiano tra il XIX e il XX sec., e realizzata a partire dagli anni 20 del secolo passato nelle strutture del Consorzio agrario. Gli edifici storici dell’Ex-Consorzio, costruiti tra gli anni venti e trenta del secolo XX, rappresentano per Lodi un bene prezioso, da salvaguardare e riscoprire per la storia della città e ridestinare sia per custodire la memoria delle le attività culturali e produttive che vi erano svolte che per le esigenze delle nuove generazioni. È giunto il momento di porre nella giusta luce l’insieme delle opere e delle attività del lavoro che lì si svolsero e considerare tutti gli aspetti che hanno concorso nel tempo a definirne il valore economico e culturale: il paesaggio agrario, l’idrografia, lo sviluppo industriale nelle campagne. La destinazione dell’area secondo quanto indicato dal PGT (residenza, servizi ed attività commerciali) teneva già conto di questo. Il Piano vigente non prevedeva infatti la demolizione degli edifici storici, già inventariati come Beni culturali dalla Regione Lombardia, ma proponeva di ridefinire il disegno dell’area ed il suo riutilizzo anche attraverso la partecipazione dei cittadini. Al contrario nel caso del PII adottato dall’attuale amministrazione è mancato e manca qualsiasi riferimento culturale a concetti di questo tipo. Innanzitutto all’Archeologia industriale, una disciplina in grado di ricostruire nuovi usi di città. Per quanto riguarda il territorio Lodigiano il recupero in questa forma dell’Ex-Consorzio permetterebbe di testimoniare la storia Agro-Industriale del Novecento e insieme introdurre elementi di innovazione.

È vero, la complessità del preesistente sistema agro-industriale di Lodi che faceva da caposaldo e raccordo tra Città e Campagna (Linificio, Consorzio, ABB, Magazzini Generali, altri più lontani), è stato nel tempo dilapidato ed alienato alla monocultura residenziale. Con la sola eccezione del pregevole intervento della BPL ricalcato sulle orme del preesistente impianto industriale Ex-Polenghi Lombardo tutte le altre aree aree sono state più o meno ipotecate a funzioni tra loro sconnesse. La necessità di una pianificazione coerente si ripropone oggi per l’insieme di queste risorse, senza l’alibi della “tabula rasa” evitando lottizzazioni ed attività decontestualizzate dalla storia urbana. La Relazione tecnica allegata al PII per l’Ex-Consorzio sorvola al contrario sulla questione della demolizione dell’imponente silos a ridosso della ferrovia e del corpo degli uffici e come un dettaglio di poco conto ne da per scontata la demolizione. Senza motivare né documentare il Bene culturale che entrambi gli edifici rappresentano con generiche e vaghe parole di circostanza si fa riferimento al loro degrado e abbandono.

D’altra parte nella lettera del Sopraintendente (assente dalla Conferenza dei Servizi) inserita nella Relazione tecnica, non si fa riferimento ad alcun sopralluogo effettuato e si ignora la stessa schedatura regionale SIRBeC posta in essere nel 2001, si suggerisce altresì la misera suggestione di una quinta edilizia, quale schermo visivo alla retrostante movimentazione dei tir. A fronte della storia e del significato dell’area, questa proposta rappresenta la ridicola motivazione burocratica di una decisione del tutto immotivata, che ignora la qualità intrinseca e strutturale degli edifici e l’impegno degli ingegneri che a partire dagli anni venti del secolo scorso progettarono queste strutture per sostenere gli imponenti carichi degli ammassi granari e le lavorazioni che ne derivavano.

Mario Fosso

Professore Ordinario di Composizione architettonica e urbana

Politecnico di Milano

Lodi


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