«Il 25 Aprile dovrebbe essere, senza esitazioni, una festa di tutti»

LA LETTERA di Lorenzo Maggi

Lodi

Il 25 aprile dovrebbe essere, senza esitazioni, una festa di tutti. Non una ricorrenza divisiva, non un rituale identitario di parte, ma il momento in cui una comunità nazionale riconosce il proprio ritorno alla libertà. Perché questo è il significato essenziale della Liberazione: la fine di un regime totalitario e la riconquista di uno spazio politico fondato su pluralismo, diritti e responsabilità.

In una prospettiva liberale, il 25 aprile non è soltanto memoria storica. È il punto di origine di un ordine politico che mette al centro l’individuo, limita il potere e riconosce la dignità della persona. La liberazione dal nazifascismo non fu solo un passaggio militare o istituzionale: fu la premessa necessaria per la nascita di un’Italia in cui lo Stato non fosse più padrone, ma garante.

Proprio per questo è importante ricordare che quella liberazione fu il risultato di una pluralità di contributi. Ridurre il 25 aprile a una narrazione monocorde significa tradirne il significato più profondo. Accanto alla componente più nota della Resistenza, vi furono i partigiani liberali, spesso dimenticati o sottovalutati, che combatterono per un’idea di libertà non subordinata a progetti rivoluzionari o a visioni collettivistiche, ma radicata nella tradizione dello Stato di diritto.

A questo si aggiunge il ruolo decisivo degli Alleati. Senza l’intervento militare angloamericano, la liberazione dell’Italia non sarebbe stata possibile nei tempi e nei modi in cui avvenne. È una verità storica che talvolta viene messa tra parentesi per ragioni ideologiche, ma che una lettura onesta non può ignorare. La libertà italiana si inserisce dentro una più ampia vittoria delle democrazie liberali sui totalitarismi europei.

Non meno rilevante è il sacrificio degli internati militari italiani, che dopo l’8 settembre rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e pagarono questa scelta con la prigionia e, in molti casi, con la vita. Anche questa è Resistenza. Una resistenza silenziosa, priva di retorica, ma profondamente coerente con l’idea di responsabilità individuale: scegliere di non collaborare, anche quando il prezzo è altissimo.

Questa pluralità di esperienze e di motivazioni è ciò che rende il 25 aprile una festa nazionale e non di parte. È la dimostrazione che la libertà può essere difesa da uomini e donne con storie, idee e sensibilità diverse, uniti però da un punto comune: il rifiuto della sopraffazione e dell’arbitrio.

Il problema, oggi, è che questa complessità viene spesso sacrificata a favore di una lettura semplificata e politicizzata. Il 25 aprile diventa così terreno di scontro, anziché occasione di riconoscimento condiviso. Ma una società liberale non può permettersi una memoria selettiva. Perché la memoria selettiva genera esclusione, e l’esclusione alimenta nuove divisioni.

Recuperare il senso pieno del 25 aprile significa allora sottrarlo alle appropriazioni e restituirlo alla sua dimensione originaria: quella di una festa della libertà. Una libertà che non è astratta, ma concreta; non concessa, ma conquistata; non definitiva, ma da difendere ogni giorno.

In questo senso, il 25 aprile parla anche al presente. Ricorda che i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte. Che il potere, se non limitato, tende ad espandersi. Che la libertà richiede vigilanza, responsabilità, consapevolezza.

Celebrare il 25 aprile in chiave liberale non significa riscrivere la storia, ma leggerla nella sua interezza. Significa riconoscere che la liberazione dell’Italia è stata un’opera corale, resa possibile da chi ha combattuto con le armi, da chi ha resistito senza armi, da chi è venuto da lontano per abbattere un regime e restituire agli italiani la possibilità di scegliere.

È per questo che il 25 aprile dovrebbe essere una festa di tutti. Perché celebra ciò che dovrebbe unire una comunità politica: la libertà.

Lorenzo Maggi - Lodi

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