«Basta mimose, meglio la parità salariale»

LA LETTERA La riflessione di Osvaldo Folli sull’8 Marzo

La sera dell’otto marzo, la prima sorpresa è stata vedere tanti mazzetti di mimose invenduti sul banco dell’emporio sotto casa con tanto di cartello “svendesi”. L’altra, la giornata di solito caratterizzata da svariati avvenimenti gioiosi, trascorsa invece un po’ in sordina con pochi momenti di festa. Certo, il clima di queste ultime settimane, con scene di bombardamenti e stragi impressionanti offerte quotidianamente su tutti i mass media, avrà contribuito certamente a distogliere lo sguardo da una giornata simbolica, finora sempre molto sentita e partecipata.

Tutto vero, ma probabilmente sono anche altre considerazioni che possono aver inciso. Magari la stanchezza e il senso di abbandono che può aver generato, anche nel genere maschile, un rito ripetitivo che non porta mai da nessuna parte, nel senso che poi le cose rimangono sempre immutabili.

Sono decine di anni che si parla di parità di genere, di trasparenza e uguaglianza retributiva fra i generi senza che nulla cambi. Vorrà pur significare qualcosa la differenza del 25,7% che ancora oggi separa gli stipendi delle donne con gli uomini, pur se impegnate nello stesso tipo di lavoro. Divario che raggiunge il 43% se si considera l’altissima percentuale di impieghi part-time che caratterizza il lavoro femminile su cui grava quasi interamente il lavoro di cura.

Ora, con lo schema di decreto da poco approvato dal Governo che accoglie la Direttiva europea 2023/970, le cose, forse, potrebbero cambiare, si spera in meglio. Nel senso che trasforma il principio etico in obbligo, con le aziende “costrette” a superare i vecchi sistemi retributivi fondati su trattative individuali che lasciano ampi margini di discrezionalità. Si tratta di una vera rivoluzione perché con le nuove norme il lavoratore potrà chiedere all’azienda dati comparativi sulla retribuzione media di un determinato settore in cui uomini e donne svolgono «lo stesso lavoro». L’azienda avrà l’obbligo di adottare misure correttive concrete qualora il divario sia superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi. Il decreto attuativo entrerà in vigore il 7 giugno 2026 e le aziende dovranno garantire una trasparenza già dagli annunci di ricerca personale e non potranno più chiedere ai candidati quanto guadagnavano nel passato. Siamo dunque a una svolta storica nei rapporti di lavoro che tocca in profondità l’organizzazione interna delle aziende e, in particolare, i settori Risorse Umane (HR), chiamati a gestire i dipendenti per armonizzarli ai traguardi di businnes aziendali.

Tutto, quindi, sembrerebbe andare nel verso giusto, anche se, come la storia insegna, sono nei dettagli che si nasconde spesso la verità. Per esempio, il riferimento al “pari valore” non lascia del tutto tranquilli, concedendo spazio ancora a un certo indice di discrezionalità. Non resta che contare sull’effetto reputazionale negativo che potrebbe trasformarsi in un boomerang per le aziende inadempienti.

Ecco, allora, perché le mimose non bastano più, ma servono fatti concreti per decretare definitivamente l’otto marzo come la giornata mondiale delle donne. Se anche Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Acea afferma che «la creazione di valore parte sempre dal capitale umano, investendo nelle competenze e nel ricambio generazionale», forse stiamo andando nella direzione giusta.

Osvaldo Folli - Lodi

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