Da Lodi a Zurigo per salvaguardare    la biodiversità
Francesca Rosa

Da Lodi a Zurigo per salvaguardare

la biodiversità

Francesca Rosa, trent’anni, lavora al Politecnico svizzero: «La minaccia è l’uomo»

Se ne sta dietro lo schermo del suo computer, al Politecnico di Zurigo, ma lo sguardo di Francesca Rosa è aperto a tutto il mondo. La ricercatrice lodigiana, infatti, si occupa di salvaguardare la biodiversità attraverso la creazione di uno strumento che possa quantificare l’impatto delle attività umane sull’ecosistema.

Innanzitutto, cerchiamo di capire: cosa si intende con biodiversità, e perché è così importante?

«È un concetto che ha diverse declinazioni: biodiversità significa il numero di specie diverse presenti in ambiente, ma anche l’eredità genetica che portano con sé e il loro ruolo all’interno dell’ecosistema in cui vivono, che può essere seriamente danneggiato dalla loro scomparsa. Al momento, diversi studi certificano che questa biodiversità è a rischio: siamo davanti a un’estinzione di massa, e questa volta tra le cause non ci sono gli asteroidi, ma le attività umane».

Quindi, tu studi l’impatto delle attività umane sulla biodiversità?

«In particolare, io lavoro sugli effetti sulla biodiversità causati dall’uso del territorio, cercando di capire come le varie destinazioni d’uso del suolo, ad esempio l’agricoltura più o meno intensiva, i pascoli o le foreste usate per produrre legname, impattino sulla biodiversità. Giusto per dare un’idea: dato un chilo di pomodori, l’obiettivo potrebbe essere quantificare se sia meglio produrlo in modo intensivo in Italia o in modo estensivo in Spagna».

Dove vi conducono questi studi?

«Quello che faccio io è cercare di avere mappe globali con dei fattori che caratterizzino gli impatti, per fornire lo strumento con cui poi si fanno le valutazioni. Non è facile selezionare i fattori. Pensiamo per esempio alle politiche forestali comunitarie: un divieto in Europa, a fronte della domanda di un prodotto che magari è in crescita, fa aumentare le importazioni e può causare conseguenze importanti in altre zone del mondo».

Come fate a reperire questi dati su scala globale?

Il difficile è proprio questo: esistono database parziali, talvolta sperimentiamo tecniche di telerilevamento, ma principalmente ci affidiamo alle valutazioni di chi è sul campo e dà una visione dettagliata, mettiamo insieme i risultati di migliaia di articoli scientifici che parlano di questi argomenti. Purtroppo non esiste un unico database completo».

Cosa sta alla base di questo lavoro?

«In generale, il nostro lavoro contribuisce al perfezionamento di una metodologia chiamata Life Cycle Assessment (analisi del ciclo di vita), che ha come scopo quello di quantificare i potenziali impatti sull’ambiente di prodotti e servizi, considerando appunto tutto il loro ciclo di vita. Di solito questo strumento è utilizzato per fare confronti di potenziali soluzioni e scenari, per vedere quale ha meno pressione sull’ambiente e quali sono le fasi di vita con maggiori impatti. Generalmente, quando ci parlano di questi indici di impatto ambientale, si considerano le emissioni di CO2 o la quantità di acqua utilizzata per un determinato prodotto, ma anche l’impatto sulla biodiversità non va sottovalutato».

Come si rapportano questi studi con le scelte che ognuno di noi compie ogni giorno?

«Credo sia essenziale riflettere sempre bene prima di comprare qualunque cosa, e valutare se ci serva davvero. Nel nostro mondo globalizzato, ogni acquisto porta con sé impatti che possono avere conseguenze importanti, vicine e lontane. Non dobbiamo dimenticare che il pianeta è uno solo e non ha risorse infinite. La vera differenza la facciamo sempre noi consumatori, quando scegliamo di consumare meno e meglio, in tutti gli aspetti della nostra vita. Possiamo partire da ciò che finisce nel nostro piatto, visto che l’espansione agricola è tra le maggiori cause di perdita di habitat e di biodiversità; possiamo ridurre il consumo di cibi la cui produzione per unità di prodotto richiede di occupare tanta terra, come la carne. Più di un terzo dei terreni coltivati vengono usati per produrre mangime per gli animali d’allevamento».


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