Antonio Boselli e l’agricoltura “razionale”
Antonio Boselli

Antonio Boselli e l’agricoltura “razionale”

Parla il presidente di Confagricoltura Lombardia

Rappresentante di categoria, è presidente di Confagricoltura Lombardia, ma prima di tutto agricoltore, che ogni giorno nella sua azienda si confronta con le necessità imposte dal mercato e la tensione verso un’agricoltura più sostenibile: due parametri che, secondo Antonio Boselli, sono tutt’altro che incompatibili.

L’agricoltura intensiva è stata messa più volte sul banco degli imputati quando si parla di sostenibilità e ambiente. È solo un pregiudizio, o c’è un fondo di verità?

«Da parte mia, credo sia frutto di un pregiudizio, anche se forse è dovuto all’incapacità di noi agricoltori nel comunicare al meglio il nostro lavoro. Innanzitutto, io non userei il termine “intensiva”, ma preferisco parlare di agricoltura razionale ed efficiente. Partiamo dal dato di fatto che l’Italia non è autosufficiente per quanto riguarda la produzione animale e vegetale: o aumentiamo la produttività, o saremo penalizzati, soprattutto in un periodo come questo».

In che senso, però, il tema della sostenibilità ambientale si può collegare a questo aumento di produttività?

«Il Lodigiano e la Lombardia sono all’avanguardia sul fronte dell’efficienza e della sostenibilità. Innanzitutto, pensiamo al biogas, che è sempre più diffuso nelle nostre zone: il biogas utilizza alte percentuali di deiezioni animali, quindi di fatto riduce il tasso di gas climalteranti buttati nell’atmosfera, e produce energia. Il secondo aspetto è quello della doppia coltura: anche in inverno, produciamo colture invernali o terreni verdi, in questo modo contribuiamo all’assorbimento di Co2 e abbiamo una minore perdita di sostanze nutrienti. Associato a questo, c’è tutta la questione della minima lavorazione».

Di cosa si tratta?

«Possiamo dirlo così: ormai l’aratura classica sta scomparendo, a fronte di un’aratura diversa che non smuove più di quindici, venti centimetri di terreno. In questo modo c’è maggiore rispetto del terreno e degli organismi che lo abitano».

Sul fronte della chimica, invece, ci sono dei passi avanti?

«Posso dire che da almeno otto anni non uso più un etto di concime chimico nei miei campi, ma utilizzo il digestato, che è lo scarto della produzione del biogas, un prodotto di matrice completamente organica».

Tutto questo è l’agricoltura del futuro?

«È l’agricoltura del presente, l’agricoltura cosiddetta 4.0, che sostanzialmente significa applicare le vecchie buone pratiche agronomiche, ma con strutture moderne. Pensiamo ad esempio al satellitare: installarlo sui trattori permette di risparmiare il 15 per cento dei passaggi, e cioè di risparmiare tempo e gasolio. Quindi, parlare di agricoltura sostenibile non è un concetto naif che impone di tornare al medioevo, ma anzi strizza l’occhio alle migliori tecnologie».

Questo, però, presuppone degli investimenti importanti?

«Ovviamente, questo è il rovescio della medaglia: in un momento di prezzi bassi nel settore, non tutti possono seguire questa strada. Per questo chiediamo che la Politica Agricola Comunitaria preveda incentivi per una agricoltura che si modernizzi e diventi sostenibile, che faccia un salto di qualità. In Lombardia già esistono delle premialità, ad esempio per chi usa la tecnica della minima lavorazione, e poi abbiamo aziende mediamente più grandi, e quindi più efficienti, e contoterzisti all’avanguardia. Puntare sull’efficienza è il segreto per avere un’agricoltura sostenibile, anche dal punto di vista economico: si pensi che ad oggi ci sono alcuni terreni marginali che non coltiviamo perché non ne vale la pena».

Expo affrontava proprio questi temi: cosa ha cambiato?

«Il nostro slogan per l’Expo era: quello che noi chiamiamo tradizione, per i nostri padri era innovazione. È ancora valido. I principi fissi sono la produzione di un cibo sano e sicuro, e di una chimica oculata, degradabile, che non rimanga nel cibo e nel terreno. Purtroppo, all’epoca si è parlato soltanto di cibo, e non di ciò che viene prima, della sua produzione. Ora, con la pandemia, tutti stanno riscoprendo il valore del territorio e delle sue produzioni, noi ad esempio stiamo aiutando i nostri produttori, anche i più piccoli, a vendere attraverso internet. Per tutti questi motivi, secondo me, possiamo dire che l’agricoltura sta cambiando, e per sostenere questo cambiamento è necessario far appassionare i giovani: abbiamo bisogno di giovani agricoltori e delle loro idee per puntare al futuro».


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