I sogni di Giada nell’isola di smeraldo
Giada Frigoli

I sogni di Giada nell’isola di smeraldo

La 28enne di Codogno è da 6 anni cittadina di Cork, la seconda città d’Irlanda

L’Irlanda: “l’isola di smeraldo”. La terra che ha accolto e fatto innamorare Giada Frigoli, 28 anni, ma da sei cittadina di Cork. Situata a sud, è la seconda città più grande della Repubblica d’Irlanda, dopo Dublino: «Una realtà piena di vita che ha tantissimo da offrire, sia dal punto di vista lavorativo che dal punto di vista sociale».

Irlandese d’adozione, ma originaria di…?

«Sono nata e cresciuta a Codogno, ho studiato per diventare geometra e finiti i cinque anni di superiori ho lavorato in uno studio di ingegneria, sempre a Codogno. Poi ho conseguito l’esame di abilitazione alla professione di geometra, che mi ha dato appunto accesso al lavoro».

E poi hai scelto di partire…

«Già, quello fu un periodo difficile per l’edilizia e nonostante mi fosse stato proposto di rimane in quello studio di ingegneria - ad uno stipendio, ahimè, misero -, decisi che era arrivato il momento di stravolgere la mia vita. Così mi iscrissi ad un’agenzia online di Au Pair e venni immediatamente contattata da tantissime famiglie in giro per il mondo: Stati Uniti, Nuova Zelanda, Inghilterra e Australia. Essendo la prima esperienza a lungo termine all’estero, decisi di rimanere in Europa e optai per l’Irlanda. Con il supporto più totale dei miei genitori, il 25 agosto 2014 presi l’aereo che mi portò diretta a Cork».

E sei rimasta lì…

«L’Irlanda è un paese pieno di vita ed occasioni, la gente davvero accogliente. Ed è stato proprio per questo che dopo un anno qui decisi di rimanere e provare a cercare lavoro. Cominciai come commessa in una ”patisserie” francese. Mi piaceva stare a contatto tutti i giorni con le persone e scambiare due parole con loro. Non ho mai dovuto sforzarmi di sorridere! Purtroppo il contratto era part-time e avevo bisogno di trovare un lavoro a tempo pieno. Vivevo con la mia famiglia irlandese, ma sentivo il bisogno di una mia indipendenza. Nel giro di poche settimane, la compagnia Airbnb - in cui lavoro tuttora - mi contattò per le tre fasi di colloquio, ed iniziai lavorando al servizio clienti. Dopo anni di duro lavoro sono diventata team manager, con grandi responsabilità e altrettante soddisfazioni. Essendo Airbnb una multinazionale che si occupa di turismo, al momento sta risentendo davvero tanto della pandemia».

Parlando di lockdown, come hai vissuto il periodo?

«Credo che l’Irlanda abbia imparato molto da Paesi come Italia e Spagna. Il primo ministro si è mosso nel migliore dei modi e ha fatto sin da subito chiudere scuole, pub, ristoranti e aree gioco per bambini, ancora prima che il venisse dichiarato ufficialmente il lockdown. Supermercati, farmacie e negozi di prima necessità mettono a disposizione guanti, disinfettante per mani e salviette per chiunque abbia bisogno. Ci sono linee gialle ben visibili che permettono di mantenere i 2 metri di distanza sociale e c’è sempre qualcuno che controlla che questa venga rispettata. Ovunque è presente il pannello di plastica trasparente che previene ogni tipo di contatto fisico con i clienti. Inizialmente potevamo solo spostarci entro un raggio di 2 km dalle nostre abitazioni, mentre dal 18 maggio possiamo spostarci fino ai 5 km per la sola attività fisica. Da quello che vedo io, la popolazione irlandese ha davvero preso sul serio le misure introdotte. Non ho mai visto Cork così vuota».

E con il lavoro?

«Ho iniziato a lavorare da casa il giorno in cui è stato ufficialmente dichiarato il lockdown. Condivido casa con il mio ragazzo Gavin e la nostra cagnolina. Devo ammettere che siamo davvero fortunati: la casa è molto grande e possiamo permetterci di separare il lavoro dalla nostra vita personale. Ho inoltre la fortuna di vivere a soli due chilometri di distanza dalle montagne, per fare delle belle camminate. Anche nei percorsi di montagna ci sono cartelli che ti ricordano costantemente di mantenere la distanza sociale e di non camminare in gruppi più grandi di quattro persone. Il virus ha decisamente causato limitazioni a livello lavorativo. Ho un team di 20 persone di cui mi devo prendere cura: da casa è tutto più impegnativo. La cosa positiva del lockdown è che ho molto più tempo da dedicare a me stessa. Sto apprezzando molto di più le piccole cose: una telefonata con i nonni, un disegno fatto e spedito dalla cugina di 8 anni, e un messaggio di “Buongiorno” dalla mamma».

Hai mai pensato di tornare in Italia?

«Normalmente tre volte all’anno. L’ultima volta a Natale 2019. Non so se tornerò in Italia dato che mi sto facendo una mia vita qui, ma quello che più desidero in questo momento è potere rivedere la mia famiglia. Non nego di avere un po’ paura per il futuro. Amo viaggiare e temo che non sarà più come prima, ma ho anche tanta speranza di vedere un futuro migliore: quando potrò riabbracciare la mia famiglia senza dover pensare alla distanza sociale».


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