Sulla terra saremo 10 miliardi: sarà possibile sfamare tutti?

Sulla terra saremo 10 miliardi: sarà possibile sfamare tutti?
Uno dei problemi è quello della siccità dovuta ai cambiamenti climatici

La notizia è alfine pervenuta, rimbalzando sui titoli dei media, ai quattro angoli del mondo: gli umani del pianeta hanno varcato la fatidica soglia degli otto miliardi. Cinquant’anni fa eravamo la metà; nel 1700 meno di un decimo.

Secondo l’ ottimistica valutazione dell’IHME (Institute for Health Metrics and Evaluation), toccheremo il picco, a ridosso dei 10 miliardi, nel 2064, per poi stabilizzarci a 8,8 entro fine secolo. È una previsione che si basa sulla continua riduzione del tasso di crescita annuale, in diminuzione dopo aver toccato il massimo nel 1964.

Accettato come probabile il dato IHME, la popolazione mondiale sarà comunque del 25% superiore a quella attuale entro pochi decenni.

Sono molteplici le attuali, negative realtà che richiedono, con urgenza, interventi, onde poter fronteggiare un simile, incerto futuro. Due miliardi di nuove bocche da sfamare, oltre alle centinaia di milioni già affamate, richiamano il grave problema all’attenzione di istituzioni e comunità.

Consultando il rapporto della FAO, sulla sicurezza alimentare antecedente la pandemia (2019), quasi il 25% della popolazione planetaria, prevalentemente in Africa, non avrebbe avuto accesso ad una dieta accettabile, per mancanza di adeguate disponibilità di mezzi economici. Di tale cospicuo ammontare quasi un terzo avrebbe sopportato l’orribile privazione della fame, nel reale senso del termine. La dinamica epidemica del Covid, ha ulteriormente allungato la malefica mano della malnutrizione su altre estese moltitudini di individui in stato di indigenza e, come se non bastasse, qualcuno, rispondendo alla propria inqualificabile natura, ha voluto aggiungere ai tanti conflitti sparsi per il pianeta, la guerra in Ucraina, invadendo e danneggiando, fertili estensioni utilizzate per la coltivazione di materie prime alimentari.

A un simile contesto fortemente sfavorevole, si affiancano, sempre in tema, altre aggravanti nient’affatto trascurabili, tutte operanti in termini di progressiva sottrazione di suolo agricolo: la siccità, figlia legittima dei cambiamenti climatici; l’interramento di veleni per nascondere illeciti smaltimenti di rifiuti tossici; la cementificazione galoppante, alimentata dalla speculazione edilizia, e l’irresponsabile, brutale pratica della deforestazione, che dopo aver sacrificato antiche, benefiche eredità vegetali, restituisce, entro brevi periodi di monocultura, terreni irreversibilmente impoveriti, candidati alla desertificazione. È molto ben noto, infatti, che, per mantenere vitale l’humus, è necessario, oltre che alternare le coltivazioni, amministrare e intelligentemente rifornirne la sua naturale dotazione di elementi essenziali quali azoto, potassio e altri elementi chimici essenziali. In assenza di queste pratiche le sue preziose qualità sono destinate a decadere irrimediabilmente.

Quanto accade in Amazzonia, ne costituisce probante esemplificazione. Le piantagioni di soia, destinata in larga parte all’export, messe a regime dopo l’abbattimento di alberi secolari, vengono, dopo pochi cicli, abbandonate a causa di una drastica caduta del loro rendimento produttivo, ed immediatamente sostituite con nuove superfici ottenute mediante analoghe pratiche distruttive.

A enfatizzare un tale quadro, ampiamente negativo, intervengono poi altri fenomeni collaterali, sempre di genesi antropica, correlati a convenienze settoriali che spesso non si sposano con il buonsenso e il benessere comune. Uno di essi, il più clamoroso, è lo spreco alimentare.

Sempre consultando le specifiche fonti informative (ONU), risulta che un terzo della produzione mondiale di alimenti finisce nei rifiuti. Un europeo, o un americano trasferiscono in pattumiera circa 100 kg di cibo l’anno; un sub sahariano, pressato dal bisogno, riduce tale quantità a meno di 10 kg. Senza nuovi approfondimenti, si consideri soltanto che la produzione di queste enormi quantità, mai consumate, implica altri colossali sprechi in termini di risorse vitali (acqua, terreno e fertilizzanti). La corrispondente traduzione in denaro equivale, in Italia, all’1% del PIL ( circa 16 miliardi di Euro).

Vogliamo tuttavia concludere questa succinta, poco confortante, analisi con una nota di contenuto ottimismo. Gli stessi organismi consultati per estrarre i dati prima esibiti, sono adatti a fornire ai nostri giovani, indicazioni sulle procedure in grado di porre rimedio alle selvagge ottusità dei loro padri.

Non stiamo qui ad elencarle, poiché è possibile riscontrarle, mettendosi anche in ascolto dei vari appelli, come quello di Joni Mitchell, di prendersi cura del pianeta, invece di far guerre e di Papa Francesco che invita a riflettere sulla frase della preghiera: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. L’incerto esito di COP 27 a Sharm el Sheikh non sembra essere granché promettente.

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