L’enciclica di Papa Leone XIV, il richiamo agli amministratori

di Andrea Furegato

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Negli ultimi tempi, anche solo guardando un qualsiasi telegiornale, non si può che rimanere sorpresi sentendo definire, più e più volte, “magnifica” quella moltitudine di persone che popola la Terra comunemente detta “umanità”. Con notevole coraggio Papa Leone XIV ha voluto utilizzare questo aggettivo per titolare la sua prima Enciclica, dedicata alla “custodia dell’umano nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Senza dubbio, l’epoca attuale ci pone di fronte a una sfida complessa, di enorme portata, trascinata da grandi traiettorie mondiali ad atterrare fin nel cuore delle differenti comunità verso le quali esercitiamo l’alto compito di amministrare.

Ed è stato lo stesso Santo Padre a indicare due città, molto diverse tra loro, come modelli specifici per descrivere quella che, di fatto, è la posta in gioco nel nostro tempo, contrapponendo all’arrogante tentativo di costruzione della Torre di Babele l’edificazione collettiva delle mura di Gerusalemme. In relazione a questo schema che caratterizza la riflessione del Pontefice, si pone in evidenza il richiamo diretto agli amministratori locali, che non possono sottrarsi alle responsabilità derivanti dal mandato ricevuto anche perché all’origine del cambiamento e al centro delle dinamiche di trasformazione ci sono, e continueranno a esserci, proprio le nostre comunità, tanto che l’introduzione dell’intelligenza artificiale generativa potrà rivelarsi “un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare”, solamente prevedendo anche il nostro contributo.

Sono, infatti, i Comuni, ogni giorno, a confrontarsi direttamente con gli effetti delle profonde mutazioni e degli stravolgimenti del mondo: nell’esercizio della funzione si “guardano negli occhi” tante esperienze di fragilità che spesso non trovano risposta, il cui corposo elenco comprende innumerevoli situazioni, dal fenomeno del lavoro precario e instabile alle condizioni di povertà che sono in rapido aumento, fino alle non poche difficoltà che affliggono le famiglie alle prese con le legittime aspirazioni di ciascun nucleo.

È nelle nostre strade, nelle vie e nelle piazze delle nostre città e dei nostri paesi che i legami si rigenerano o si sfilacciano, sono questi i luoghi dove la comunicazione mendace e l’informazione superficiale hanno meno respiro; è all’interno di questi spazi vitali che la preziosa risorsa della verità appare più a portata di mano e dove l’auspicata alleanza educativa può realizzarsi dentro le scuole. E in ogni occasione che vede un rifugiato trovare lavoro, obbligandolo ad uscire dai percorsi di accoglienza, siamo noi a vedere tradito “il diritto alla speranza di chi è costretto a partire”.

Sono le nostre società civili, con le loro reti solidaristiche e la presenza attiva dei gruppi politici, a interrogarsi con serietà sui drammi del mondo, a partire dalle sciagure di infinita e brutale tragicità che avvengono in Ucraina e in Palestina: alle istituzioni locali viene, allora, chiesto di prendere posizione, osteggiando “la cultura della potenza” per riaprire lo spazio del dialogo. Papa Leone scrive un’enciclica di speranza che non intende deludere e rimette il valore della persona in cima, “come fine in sé” e non “ridotta a mezzo per ottenere risultati, da usare e sfruttare in questa direzione”. E ancora, l’Enciclica si rivela anche come strumento formidabile per riaffermare il principio di sussidiarietà, perché grazie ad essa “la vita sociale diventa più vicina alle persone, i servizi si fanno più attenti ai bisogni reali, le risposte più creative e rispettose della dignità di ciascuno”.

Citando Tolkien, si tratta di un richiamo ai nostri compiti nella promozione della civiltà dell’amore, “sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. Ma tutto questo dove può trovare attuazione se non nei Comuni e nelle amministrazioni locali, nel modo più puro, dove spicca il “realismo autentico” di coloro che non vogliono “abitare una realtà costruita, a misura d’uomo, a misura delle proprie convinzioni” e che non intende nemmeno scambiare “la constatazione con la rassegnazione”. È, soprattutto, un realismo che “non rinuncia a cambiare il mondo”.

Quando nel corso di ogni giorno misureremo l’insufficienza della nostra fatica, allora dovremo ricordarci della pazienza che ha nutrito Neemia nel costruire le mura di Gerusalemme; occorrerà ascoltare il grido della comunità ferita, le pietre scartate che diventano teste d’angolo e l’esercizio di una responsabilità condivisa, affinché “la città degli uomini diventi più vivibile”. Per custodire e valorizzare la “magnifica” umanità che sperimentiamo e abbiamo avuto in dono.

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