Le incognite del campo largo e la sfida di Forza Italia alla Lega
Il commento di Lorenzo Rinaldi
Lettura 2 min.Il buon risultato rivendicato dai dirigenti del Partito democratico nelle elezioni in Abruzzo (secondo partito dopo Fratelli d’Italia) non serve a mascherare il fallimento locale dell’esperienza di coalizione con il Movimento 5 Stelle. E impone una riflessione sul campo largo, che non è di per sè sicurezza di vittoria.
Certamente, stante l’attuale situazione elettorale, se il Pd vuole provare a impensierire il centrodestra ha la necessità di trovare alleanze. E su questa strada si è posta, con onestà intellettuale, la segretaria Elly Schlein, spero consapevole tuttavia che abbracciando i 5 Stelle e spostando il partito molto a sinistra rischia di allontanare i moderati. La storia si incaricherà di dimostrare se il gioco vale la candela. Nel frattempo possiamo affermare che è sbagliato affossare il progetto di Schlein alla luce della sconfitta in Abruzzo. Così come, ci è parsa un po’ troppo trionfalistica l’analisi della pur recente vittoria in Sardegna. La neo governatrice Todde si è imposta sicuramente grazie ai suoi meriti e all’intuizione di proporre il campo largo, ma il centrodestra le ha spianato la strada. Al di là delle apparenze, è arrivato litigioso alla scelta del proprio candidato: ha silurato il governatore uscente (scelta sempre azzardata) per imporre un volto nuovo, sgradito a una parte della coalizione. La sconfitta in Sardegna è da addebitare all’arroganza ingenua di Fratelli d’Italia, che ha rivendicato la decisione sul candidato governatore facendo leva sul proprio consenso elettorale ma poi ha sbagliato la scelta sul nome e non è stata in grado di coalizzare attorno alla sua figura l’intero centrodestra.
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Ridimensionare il significato politico delle elezioni sarde e abruzzesi non significa tuttavia evitare di trarre qualche piccola lezione.
Schlein andrà avanti con la costruzione del campo largo, perché è convinta che sia l’unico modo per battere il centrodestra. È legittimata a farlo. Ma ricordi che il voto moderato nel nostro Paese, per quanto oggi polverizzato, mantiene un valore elettorale ben superiore ai consensi della sinistra. Così come farebbe bene a considerare che l’elettorato dei 5 Stelle non è unicamente progressista: il partito che riempiva le piazze e le urne inseguendo le idee di Beppe Grillo era intriso di populismo e una quota degli elettori aveva idee più vicine alla destra sociale che ai socialisti europei. Oggi l’avvocato Conte sta mutando pelle al Movimento, spingendolo fortemente a sinistra, ma non credo sia una traversata nel deserto che può dirsi conclusa.
Altro aspetto rilevante: in Sardegna il Movimento 5 Stelle ha imposto la sua candidata e gli elettori sono andati a votare; in Abruzzo il campo largo non ha candidato un grillino ma un uomo vicino al Pd e il Movimento non è stato in grado - o non ha voluto - sostenerlo con convinzione, non tanto nei comizi dei leader, quanto con i voti nelle urne. Non è un caso quindi che i 5 Stelle si siano fermati a un deludente 7 per cento.
Alla segretaria Pd resta un ultimo dilemma da risolvere. Pensa davvero di costruire una seria proposta di governo, alternativa a Giorgia Meloni, mettendo insieme Conte, Calenda e Renzi? In politica tutto è possibile - la prova è che Lega e 5 Stelle sono stati al governo insieme - ma il rischio è che imbarcando uno, perda i voti dell’altro.
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