L’ascendente israeliano sulla politica estera Usa

Con la guerra israelo-statunitense all’Iran, si è aperto il secondo tempo di quella consumatasi in 12 giorni a giugno. Lo dichiara persino il nome dell’operazione dato da Israele (il “Leone”, dapprima rampante” sabato è diventato “ruggente”). Di preventivo non ha nulla, se si considera l’incipit anche stavolta dato a trattative in corso. Ma serve a certificare che risponde a una decisione già presa da Tel Aviv, al netto dell’oggetto negoziale. La tempistica è perspicua: alle ore 23 di venerdì il governo dell’Oman, nella veste di mediatore, annunciava alle agenzie la disponibilità iraniana a rinunciare all’arricchimento dell’uranio e a circoscrivere la gittata della balistica convenzionale all’esclusiva funzione deterrente nei riguardi della minaccia israeliana; alle ore 7:30 i primi raid di Israele su Teheran. Soprattutto, l’impressione è che la Casa Bianca abbia di nuovo rotto gli indugi dopo avere negoziato non soltanto con Teheran, ma anche con Tel Aviv, nel vano tentativo di dirottare le pressioni di Netanyahu verso una punizione militare “simbolica”. Il che ribadisce l’ascendente israeliano sulla politica statunitense, se si considera quanto Trump abbia da perdere con una guerra sconsigliata dal Pentagono, che paventa un logoramento in grado di trascinare in un pantano.

Teheran non ha nulla da perdere

La lotta esistenziale cui l’Iran si è da tempo preparato, regionalizzando la reazione per giocarsi il tutto per tutto, punta sul fiato corto del nemico. L’asimmetria è chiara: per Teheran ormai non c’è nulla da perdere, per gli Usa da perdere c’è moltissimo. Specialmente per Trump, già sul versante interno: il dissidio nell’amministrazione tra la componente neocon e il Maga riflette il calo di consensi presso la base elettorale delusa dalle prestazioni economiche, dall’opaca gestione degli orrifici Epstein files e dal tradimento del neoisolazionismo in politica estera. Le elezioni midterm sono alle porte e Trump ha confessato il timore di essere trascinato in sede giudiziaria, se perdesse il controllo sul Congresso.

Le carte di Netanyahu

Evidentemente Netanyahu ha buone carte da giocare, se il Tycoon, obtorto collo, accetta di fare il passo più lungo della gamba. E forse non si tratta soltanto dell’Alleanza dell’Esagono con India, Grecia, Cipro, Somaliland ed Emirati, ipotizzata la scorsa settimana dal leader israeliano, sottintendendo probabilmente l’affrancamento dagli Usa e un atteggiamento senza freni nell’area, tale da mettere in serio imbarazzo Washington con Turchia e Sauditi.

Rovesciare la Repubblica islamica sarebbe in linea - come in Venezuela - con l’intento di danneggiare la Cina. Ma in questo frangente, il costo può superare il ricavo. Diverso il caso di Israele, che persegue l’egemonia regionale sognando la balcanizzazione dell’Iran in preda dei secessionismi delle sigle al-qaediste e dei gruppi eredi dell’Isis già attive nei suoi confini. Un Israele senza freni è temuto da Turchia, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, ma finora le reazioni all’attacco sono state tiepide, forse in attesa degli sviluppi, mentre Pakistan e Afghanistan, in precedenza dettisi pronti a sostenere l’Iran, ora si trovano “provvidenzialmente” impegnati in una crisi militare.

La caduta del regime

Gli apparati militari israelo-statunitensi hanno fretta di chiudere la partita. L’ideale sarebbe il rovesciamento del regime, meglio ancora impegnandolo in una guerra civile, sobillando un golpe interno. Gli appelli di Netanyahu e Trump al popolo iraniano sono chiari. Eppure, l’assassinio di Khamenei può non bastare. Il sentimento patriottico, rinsaldato dall’aggressione a una nazione millenaria, non è affatto minoritario (persino in scala interconfessionale) come lo si vorrebbe. Inoltre la Repubblica islamica non ha una struttura personalistica, incline a disperdersi con l’eliminazione del capobranco: gli apparati sono articolati e ramificati, fondati su un’idea anziché su una dinastia sultanistica, mentre l’ordinamento trova nella Guida suprema non un monarca assoluto ma una carica di indirizzo fungibile (Khamenei aveva già disposto una rosa di successori da sottoporre al voto), entro una cultura del martirio per cui ciascun designato accoglie l’ordinario rischio di perdere la vita. Anche in questo, oltre che per l’aspetto geopolitico e militare, l’Iran non è il Venezuela.

I fattori economici

Intanto la chiusura di Hormuz promette rincari generalizzati e sistemici, tali da aggravare anche l’inflazione Usa e con vantaggi per l’export di petrolio russo. In uno scenario che vedesse gli Usa intrappolati in conflitto prolungato, una soluzione di sgravio potrebbe essere suggerita dalle parole di Trump nell’annunciare (a posteriori) l’attacco: ripercorrendo gli antichi torti iraniani verso gli Usa, contro cui nessuno deve osare alcunché e invocando la benedizione divina, ha rappresentato l’Iran come minaccia globale, rivolta direttamente contro gli Usa e anche contro “gli amici europei”: forse un segnale di preallarme, laddove servisse sguinzagliare le forze euroatlantiche – sebbene i relativi governi non siano stati avvisati dei bombardamenti.

Tre evidenze

In quest’ora di incertezza, si confermano almeno tre evidenze. Da un lato, cresce l’incentivo deterrente a dotarsi dell’atomica (secondo la lezione nordcoreana), stante il degrado piratesco delle relazioni internazionali; dall’altro, si sfalda ulteriormente il soft power degli Usa nel mondo. Infine, si appalesa l’irriducibilità della politica a una mano di poker o al bullismo affaristico. Chi si pretende egemone non può obliterare l’etica della responsabilità richiesta a una grande potenza, il cui primato viene accettato a patto che assicuri quantomeno ordine e stabilità. Diversamente, per anarchia ed eversione non servono sedicenti “custodi del mondo”.

* Scienze della Pace – Pontificia Università Lateranense

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