La “missione universale” della Russia di Dugin e Putin

L’analisi di Massimo Ramaioli

Massimo Ramaioli si è laureato all’Università di Pavia in Scienze Politiche e ha poi proseguito gli studi con esperienze negli Stati Uniti, in Africa e in Medioriente. È Visiting Professor presso la Al-Akhawayn University di Ifrane, Marocco.

Dugin è un filosofo russo. È assurto a notorietà quando alcuni hanno cominciato ad associarlo a Vladimir Putin, descrivendolo come l’ideologo del presidente - quasi un Rasputin contemporaneo.

Dugin infatti si interessa dell’identità russa: cosa significa essere russi? Che cos’è la Russia, su quali valori si fonda? E di conseguenza, come deve agire nel mondo?

Bisogna essere molto attenti a non attribuire agli intellettuali troppa importanza nell’influenzare l’azione di coloro i quali sono al potere. Potremmo fare infatti un discorso simile per Steve Bannon, l’ideologo di estrema destra molto vicino a Trump, ma che questi non esitò a licenziare pochi mesi dopo essersi insediato alla Casa Bianca: conobbero infatti divergenza di vedute su più fronti. Rimane il fatto che determinate idee devono essere, se non prodotte tout-court, perlomeno sistematizzate e comunicate in modo efficace da qualcuno. Così facendo, circolano nel dibattito intellettuale e culturale nazionale. E Dugin, nella Russia attuale, sembra rappresentare un intellettuale capace appunto di proporre idee che trovano risonanza in vari ambienti, financo negli apparati dello stato, financo nel Cremlino.

Possiamo prendere la sua pubblicazione forse più nota: Fondamenti di geopolitica: il futuro geopolitico della Russia, pubblicato nel 1997. In circa 800 pagine, Dugin analizza la letteratura classica della geopolitica; inserisce in essa la Russia; ne deduce il carattere fondamentale del paese; e illustra linee guida di politica estera. Con l’invasione dell’Ucraina molti appunto misero in connessione le idee di Dugin con i decisori di Mosca.

Sintetizzando, ecco quanto egli elabora. Primo: l’Eurasia è il continente-isola più grande del mondo. Facendo riferimento alle teorie di Mackinder, Dugin dichiara come dal controllo dell’Eurasia dipenda il controllo del mondo. Per controllare l’Eurasia bisogna controllare il suo “cuore” (“heartland” nell’originale di Mackinder). Tale nucleo fondamentale è lo spazio che, come un asse, unisce Europa e Asia, occidente e oriente: ovvero, la Russia. Dugin quindi asserisce che la Russia è “l’asse geopolitico della storia”: la geografia impone alla Russia di porsi come paese guida di tutto lo spazio Eurasiatico. Su questo spazio, oltre al nucleo, insistono altri territori: le “terre di confine’. Queste sono abitate da popoli e civilizzazioni diverse: gli Europei a ovest; il mondo musulmano a sud; il mondo sino-giapponese a est.

È a questo punto che Dugin proclama la Russia come civilizzazione separata e autonoma rispetto a queste; e civiltà latrice di una missione universale, dalla quale non può abdicare. Questa missione è la preservazione di valori tradizionali e collettivi rappresentati in primis dal cristianesimo ortodosso. Tali valori sono in chiara opposizione alla modernità individualista e liberale europea, che Dugin attacca come decadente e fondamentalmente anti-russa.

Infine, e conseguentemente, la Russia deve adoperarsi per ricostituirsi quale impero: solo così può adempiere al suo dovere storico. L’essere impero della Russia si configura con una posizione di supremazia in Eurasia in relazione alle altre civiltà menzionate poc’anzi; ma anche, se non soprattutto, con i territori ad essa limitrofi e dunque ad essa afferenti culturalmente, storicamente, financo spiritualmente. Ricordiamo che Dugin scrive nel 1997, nell’epoca di profonda crisi all’indomani della perdita dell’impero sovietico, ai sui occhi semplice manifestazione della grandezza russa e non certo di un progetto comunista.

A questo punto, è quasi banale notare le affinità con quanto scriveva (e scrive) Dugin e le politiche del Cremlino. Dalle guerre in Cecenia, Georgia fino all’annessione della Crimea. Dal supporto della ribellione in Donbass agli interventi in Armenia e Kazakhstan. Infine, la tragica invasione dell’Ucraina: quasi un pedissequo adempimento delle raccomandazioni di Dugin nel ricostruire un impero russo in Eurasia dal quale poi la Russia deve imporsi come potenza mondiale.

Ripetiamo: non significa che le idee di Dugin abbiano causato le decisioni del Cremlino. Ma sono da tenere in conto quando cerchiamo di analizzare una situazione complessa come quella attuale, e difficilmente attribuibile ad un unico fattore. Quello che invece rimane impossibile da negare sono gli attributi illiberali, violenti e liberticidi che Dugin ricama sulla sua idea di Russia. Il testo è esplicito anche quando parla di come essa si debba imporre “benevolmente” in relazione alle popolazioni che deve conquistare. È forse questa una questione che meriterebbe attenzione quando analizziamo la politica estera russa nelle sue manifestazioni più tragiche degli ultimi vent’anni. Cosa vi può essere di seducente in tale azione, in tale progetto, nei suoi valori - anche e soprattutto nelle società occidentali, oggetto degli strali di Dugin, dove l’imperialismo russo trova spesso avvocati e sostenitori?

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