(Foto di Agensir/Vatican Media)
di Matteo Simighini
Lettura 2 min.Quattro giorni, tre tappe – Parigi, Lourdes, Metz – e un motto che il Papa ha ripetuto senza sosta: “Perché il mondo abbia la vita”. Il viaggio apostolico di Leone XIV in Francia, dal 25 al 28 settembre, è uno dei più densi del suo giovane pontificato, e non solo per la scenografia: la messa in Place de la Concorde, la veglia con i giovani allo stadio di Saint-Denis, il rosario alla grotta di Massabielle, la tappa a Metz sulle orme di Giovanni Paolo II e di Robert Schuman. L’obiettivo dichiarato non è la restaurazione di un’identità cattolica perduta, ma rinnovare un dialogo con una nazione che si percepisce laica per costituzione e che però mostra, nei numeri, segnali di un risveglio religioso difficile da liquidare come folklore. Prima di ogni altra questione, però, al Pontefice preme rinnovare l’impegno per la pace: «viaggio in Francia, così come in ogni altra parte del mondo, come seguace di Gesù Cristo per annunciare la pace, la pace di Cristo in tutto il mondo».
Il discorso all’Eliseo
Il cuore del viaggio resta il discorso pronunciato venerdì 25 settembre all’Eliseo, davanti a Macron, alle autorità e al corpo diplomatico. Il Papa ha toccato in sequenza i nervi scoperti della Francia contemporanea. Sul fine vita, a un mese dalla promulgazione della legge che apre alla morte assistita, ha messo in guardia contro il rischio di trasformare scienza e tecnologia in «imprese lucrative» al servizio di manipolazioni genetiche, maternità surrogata, commercio di organi e morte programmata, ribadendo che la protezione del diritto alla vita è il fondamento di ogni altro diritto. Sull’intelligenza artificiale, richiamando la sua enciclica Magnifica Humanitas e la lezione di Bernanos sul “paradiso delle macchine”, ha invitato a non separare mai il progresso tecnico dal discernimento etico. Sulla guerra, ha citato Giovanni XXIII per chiedere la fine della corsa agli armamenti e ha esortato a non rassegnarsi mai all’idea che un conflitto sia “inevitabile”. Ma il passaggio più delicato, quello che i commentatori francesi hanno definito quasi un affondo nella “sacra” laïcité repubblicana, riguarda il posto della religione nello spazio pubblico. Leone XIV ha rivendicato una “giusta laicità” che non esclude la dimensione religiosa ma la valorizza come risorsa educativa, sostenendo che un cristiano impegnato in politica non è per ciò stesso un proselitista né una minaccia all’unità nazionale. Ha chiuso il suo intervento citando le stesse parole pronunciate da Macron nel 2018 davanti ai vescovi: «una Chiesa indifferente alle questioni temporali tradirebbe la propria vocazione, un presidente indifferente alla Chiesa e ai cattolici mancherebbe al proprio dovere». Una frase restituita al mittente come un promemoria.
Dietro la liturgia diplomatica, la Francia cattolica mostra un volto meno scontato di quanto la narrazione della secolarizzazione lasci credere. Secondo i dati della Conferenza episcopale francese, i battesimi degli adulti sono passati da 4.278 nel 2022 a una stima di oltre 13mila nel 2026: più che triplicati, con una crescita che le stesse diocesi faticano a spiegare solo con l’effetto post-pandemico. È un fenomeno concentrato soprattutto tra i giovani adulti, la cosiddetta generazione Z, descritta come priva delle sovrastrutture ideologiche che hanno segnato le generazioni precedenti. Accanto a questo slancio, però, restano le fragilità strutturali denunciate dagli stessi vescovi: calo dei sacerdoti, fusioni di parrocchie che affaticano un clero già esiguo, un cammino sinodale che moltiplica riunioni e comitati senza però semplificare la vita delle comunità. È in questo contesto che va letta anche la ferita aperta dalla legge sul fine vita, definita da alcuni presuli una “spina nel fianco” per i cattolici francesi.
Il rapporto tra Roma e Parigi, in questi giorni, è apparso insieme cordiale e teso. L’Eliseo avrebbe voluto un profilo quasi di visita di Stato, con tanto di Legion d’onore e cena di gala; la Santa Sede ha riportato l’evento al suo registro apostolico, respingendo alcune proposte del protocollo francese. Restano comunque i segnali di un dialogo istituzionale consolidato, dall’Instance de dialogue tra Santa Sede, episcopato e governo, alla cooperazione storica per i cristiani d’Oriente attraverso opere come il Fondo per le scuole d’Oriente.
Primi bilanci
Un primo bilancio, giocoforza provvisorio, riporta comunque un’accoglienza superiore alle attese: seicentomila persone annunciate per la messa a Parigi, settantamila biglietti esauriti in un quarto d’ora per la veglia dei giovani, un consenso che, secondo osservatori come il cardinale Aveline, travalica i confini del mondo cattolico. Resta aperta la domanda di fondo posta dallo stesso porporato: se in un Paese dominato dalla secolarizzazione possa ancora vivere, ed espandersi, un popolo di fedeli entusiasti. Le immagini di questi giorni suggeriscono una risposta più aperta di quanto ci si aspettasse un decennio fa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA