Il fotovoltaico sui campi non si mangia

Bisognerà comperare cibo dall’estero e il paesaggio lodigiano cambierà volto per sempre

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La recente legge regionale sulle aree idonee all’installazione di pannelli solari a terra e agrivoltaici, come già ampiamente sviscerato sulle pagine di questo quotidiano, rischia di penalizzare oltre misura territori pianeggianti come il Lodigiano e l’intera pianura padana, adatti all’agricoltura d’eccellenza. Non ci concentreremo su dati, percentuali, ettari e metri quadrati, su cui si orienta maggiormente il dibattito intorno alla questione. Tanti numeri che danno sì la dimensione del fenomeno ma che non servono per comprenderlo pienamente. Iniziamo a dire che a ciascuno di noi semplici umani interessano solo che, quando schiacciamo un pulsante, il forno e la lavatrice si mettano in funzione. Nessuno si pone il problema da dove e come arrivi nelle nostre case l’energia elettrica che serve a farli funzionare: basta che tutto giri perfettamente, il resto sarà preoccupazione di altri. Le cose però non stanno esattamente così. Il rischio, infatti, è che altri lo facciano al nostro posto e prendano decisioni che ci penalizzino.

Che ci sia necessità di produrre più energia solare ed eolica per raggiungere entro il 2030 i valori previsti dal “Piano nazionale integrato energia e clima” sono rimasti in pochi a contestarlo. Mentre il nostro Paese tenta di accelerare sulla transizione ecologica per recuperare il tempo perduto a cincischiarsi fra nucleare e ritorno al gas russo, si rischia, però, di compromettere la nostra risorsa più preziosa: il suolo fertile. Oggi, sembra di assistere a un vecchio film western con una nuova “corsa all’oro tecnologico”. Riempire di silicio le nostre pianure non garantisce la sicurezza alimentare. È un errore strategico che rischiamo di pagare a caro prezzo. Ogni ettaro di terra coltivabile coperta da pannelli solari a terra o su pali metallici, è un ettaro sottratto alla produzione di grano, mais, pomodori e foraggio per allevamenti. Limitare fortemente le nostre colture d’eccellenza per produrre kilowattora significa essere costretti domani a importare dall’estero il cibo che non riusciremo più a produrre nei nostri campi. E anche la proposta avanzata da Elly Schlein, intervistata recentemente da Fabio Fazio sulla Nove, con cui ipotizzava di dare subito un vantaggio economico sotto forma di sconto in bolletta alle popolazioni coinvolte direttamente da questi impianti per mitigare il dissenso, lascia il tempo che trova. A parte che non è percorribile poiché richiederebbe una modifica legislativa nazionale, ma più ancora perché, più che una proposta, assomiglia a un’illusione ottica. Un piccolo risparmio mensile sull’energia non compenserà mai la perdita della fertilità della terra e l’impoverimento di un’economia agricola che dà lavoro a tante famiglie. Senza considerare altri danni permanenti sull’ambiente, come perdita di biodiversità e l’alterazione del paesaggio padano, elementi su cui si sta investendo molto anche sotto l’aspetto turistico.

Prezioso paesaggio culturale

La pianura padana e il nostro piccolo Lodigiano, con l’intreccio dei loro fiumi e canali storici, le cascine che scandiscono il tempo e le tante testimonianze storiche-artistiche diffuse, non sono solo una macchina produttiva alimentare straordinaria, ma anche un paesaggio culturale prezioso e il volto di una comunità modellata da secoli di sapienza contadina. Ecco perché, accettare la monetizzazione di questa bellezza in cambio di un bonus economico, rischia di trasformarsi in un baratto inaccettabile, al limite dell’offesa. La vera transizione ecologica non può sacrificare la bellezza e la fertilità di un territorio, mentre abbiamo il dovere di tutelare la sua armonia indirizzando i moduli solari dove il paesaggio è già compromesso: sui tetti dei capannoni, sui parcheggi delle logistiche, nelle aree industriali dismesse e lungo le fasce autostradali che hanno già aperto profonde ferite nel nostro territorio. E dove non si potrà proprio evitare che l’energia solare debba impattare su terreno agricolo in quantità ragionevoli, qui si applichi soltanto l’agrivoltaico avanzato e rigorosamente monitorato, garantendo una pur minima tutela di produttività.

Un’ultima considerazione. Non si capisce (o è fin troppo esplicito) perché, se il governo ha indicato nello 0,8% il limite massimo di occupazione del suolo, la Regione che si è sempre erta a paladino della difesa ambientale, abbia portato questo limite al 2% e oltre, il che, tanto per restare in tema, è come darsi la zappa sui piedi. Tutelare la Pianura Padana e il Lodigiano significa difendere anche il nostro futuro perché l’energia pulita è indispensabile, ma i pannelli solari non si possono mangiare. Quanto scritto finora si può trasferire perfettamente anche all’enorme problema/opportunità rappresentata ora dall’invasione dei Data center in Lombardia. Con la legge approvata il 26 maggio scorso, la Regione tenta si di disciplinare il fenomeno (dopo che nella sola area milanese si contano già 33 insediamenti di questo tipo funzionanti e altri 10 in costruzione), ma lo fa con lo stesso metro adottato per i pannelli solari: lasciando sostanzialmente mano libera alle aziende di installarsi ove vogliono.

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