Il dibattito sul carcere duro e la “lezione irlandese”

Il commento di Lorenzo Rinaldi

«Whatever you say, say nothing» (Qualunque cosa dici, non dire niente). Lo scrittore Patrick Radden Keefe si è ispirato ai versi del poeta irlandese Seamus Heaney per il titolo del suo romanzo - “Non dire niente” - che ben descrive il clima di terrore e di omertà che si viveva nell’Irlanda dei Troubles tra gli anni Settanta e Ottanta.

Nel libro, ambientato in una Belfast imbruttita da miseria e rabbia, si racconta la storia di Jean McConville, vedova e madre di dieci figli, che a trentotto anni viene rapita dai terroristi-separatisti dell’Ira e giustiziata: la sua colpa era di essere una spia degli inglesi. Il suo corpo verrà trovato sepolto in una spiaggia soltanto nel 2003. Il libro descrive magistralmente l’atmosfera di paura degli anni più bui del conflitto nordirlandese, segnati dalla protesta dei detenuti dell’Ira, che chiedevano al governo di Sua Maestà di non essere considerati terroristi ma prigionieri politici. Gli scioperi della fame, la protesta delle lenzuola prima e la “dirty protest” (protesta dello sporco) poi hanno scandito il percorso che ha portato alla morte in carcere di diversi attivisti (Bobby Sands, per quanto il più famoso, non fu affatto l’unico). Di fronte alla morte, le certezze del primo ministro britannico Margaret Thatcher vacillarono, tanto che oggi una parte della storiografia è portata a pensare che se la “lady di ferro” non si fosse limitata ad ascoltare i consigli dei suoi consulenti ma si fosse recata personalmente a visitare le prigioni dove erano detenuti i combattenti dell’Ira probabilmente avrebbe agito con minor fermezza.

È troppo presto per trarre un giudizio complessivo su quegli anni e sul ruolo della signora Thatcher, certo è che lo sciopero della fame e la morte dei prigionieri irlandesi hanno segnato un momento particolarmente faticoso nella sua attività di governo. Così come rischia di diventare assai pericoloso per l’esecutivo Meloni quanto sta accadendo attorno al caso di Alfredo Cospito, anarchico, leader di una frangia oltranzista accusata di oltre 50 attentati e ritenuta dalla giustizia italiana una associazione per delinquere con finalità di terrorismo.

Sul punto credo sia opportuno limitarsi a qualche breve riflessione, non trascurando le lezioni che la storia (come nel caso irlandese) ci ha già consegnato.

La prima è che Cospito - le cui condizioni di salute sono gravemente peggiorate a seguito di un prolungato sciopero della fame contro il regime carcerario del 41 bis - è un uomo attualmente nelle mani dello Stato, che ne dispone la permanenza in carcere e ha il dovere - essendo l’Italia un paese civile ancora prima che uno Stato di diritto - di assicurarsi che non perda la vita a seguito della sua protesta.

La seconda riflessione riguarda le ragioni della protesta di Cospito, il quale, è bene ricordarlo, è stato condannato per aver ferito alle gambe nel 2012 Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, e per un attentato nel 2006 alla Scuola allievi carabinieri di Torino. Il leader anarchico contesta il 41 bis, regime carcerario duro a cui è stato sottoposto in ragione della sua pericolosità e con l’obiettivo primario di evitare che abbia contatti con l’esterno e dunque possa ancora influenzare, dalla sua cella, la lotta anarchica. L’Italia è uno strano Paese, dove tutto appare immobile per anni salvo poi cambiare sulla scorta di singoli episodi. La riflessione sul 41 bis è opportuna e legittima, stiamo attenti però a non farci trascinare dall’emotività e a non fare di Cospito una sorta di totem.

Nulla vieta peraltro di superare questo tipo di regime carcerario, nella consapevolezza però che la magistratura potrà pur sempre imporre per singoli detenuti le medesime dure prescrizioni restrittive del 41 bis qualora il carcerato sia ritenuto particolarmente pericoloso o capace di influenzare l’ambiente esterno all’istituto di pena nel quale vive.

Il tema della cancellazione del “carcere duro” è stato posto ormai da anni alla riflessione pubblica ed è doveroso che questo sia stato fatto: proprio per la sua complessità merita però di essere approfondito con estrema accuratezza, senza scelte dettate dalle emozioni del momento.

L’Italia è uno strano Paese, nel quale il concetto di umanità talvolta rischia di esser piegato agli interessi di parte. Non sfuggirà al lettore più attento che Bernardo Provenzano è morto di malattia mentre si trovava al 41 bis e Matteo Messina Denaro, malato di cancro, probabilmente seguirà il medesimo percorso. In entrambi i casi i giudici hanno deciso che nonostante la malattia fosse grave, sarebbe stato troppo pericoloso allentare il regime carcerario dei due sanguinari boss mafiosi.

L’Italia è uno strano paese, nel quale un dibattito su un tema così importante rischia di trasformarsi in un confronto fra tifoserie contrapposte, nel quale addirittura i parlamentari, che dovrebbero rappresentare la parte migliore e più responsabile della collettività, diventano ultras. Sarebbe un errore imperdonabile abbassare il livello del ragionamento e alzare i toni, cercando a tutti i costi la provocazione o il duello muscolare. Rimettiamo le cose al loro posto dunque e ricordiamoci che stiamo parlando della vita delle persone (per quanto si siano macchiate di reati gravi), del concetto di umanità e delle regole che la nostra società si è data per garantire una convivenza civile.

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