I “problemi emergenti” e la pericolosa genericità dell’azione di governo

Il commento di Paolo Pissavino

I “problemi emergenti” e la pericolosa genericità dell’azione di governo
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni (archivio)

Quando Giuliano Amato, ex presidente della Corte costituzionale, in un suo saggio intitolato «Una repubblica da riformare. Il dibattito sulle istituzioni dal 1975 a oggi» (pubblicato nel 1980) aveva scritto che “tutti i governi fanno programmi e documenti di varia natura rivolti ad appagare il bisogno di previsione e di preordinazione generalizzante del futuro. Ma al di là dei documenti, governare è ovunque adottare decisioni settoriali, particolari, congiunturali, che si susseguono e si sovrappongono con scarsa connessione reciproca e che si ispirano all’unica logica di inseguire i problemi emergenti”, non poteva certo immaginare che la realtà che contraddistingue l’azione di un governo potesse presentarsi più complicata rispetto alla netta distinzione da lui delineata.

Infatti, proprio alcune proposte avanzate da autorevoli componenti del governo guidato da Giorgia Meloni, o addirittura specifici provvedimenti assunti come decreti legge, disegnano comportamenti decisionali più articolati se non, addirittura, confusi e svianti.

Se l’analisi di Giuliano Amato aveva identificato, nell’azione condotta da un governo, decisioni legate all’attuazione del programma e decisioni necessitate da particolari congiunture, la fantasia di Matteo Salvini ha provato a tratteggiare una nuova categoria decisionale, quella dettata dalla assoluta estemporaneità della proposta avanzata. Infatti mentre tutta l’arena politica si stava interrogando su come affrontare il caro bollette e la crisi energetica, il leader della Lega è tornato sulla necessità di innalzare a 10.000 euro la soglia entro la quale operare il trasferimento di denaro contante tra soggetti diversi.

Resta vero che la richiesta di Matteo Salvini rilancia un punto sviluppato dal programma del centrodestra, ma resta altrettanto vero che il tema ineludibile su cui il governo si è misurato durante il Consiglio dei ministri di venerdì scorso è stato quello di come affrontare il caro energia, liberando risorse per 30 miliardi di euro entro il 2023. E altrettanto estemporaneo, quando addirittura non confuso, resta il testo del decreto legge per contrastare, sull’onda dei fatti di Modena, il fenomeno dei rave party, decreto predisposto in pochissimo tempo dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sollevando l’ostilità delle opposizioni e le perplessità e le cautele di una parte della maggioranza.

In questo caso il provvedimento - per tornare alle distinzioni operate da Giuliano Amato - si ispira “all’unica logica di inseguire i problemi emergenti”, tuttavia non si può non constatarne una pericolosa genericità nel dettato del testo proposto. Son casi, quello di Matteo Salvini e di Matteo Piantedosi, che fanno venire in mente una pagina di un grande secentista, Traiano Boccalini, che immaginandosi nei suoi Ragguagli di Parnaso, una “universal riforma della società”, descrisse i riformatori tutti intenti a porre il “prezzo ai cavoli, alle sardelle e alle cocozze”.

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