I morti di Mosca sono una crepa nella narrazione dell’uomo forte

Il commento di Massimo Ramaioli

Il terribile attentato alla Crocus City Hall di Mosca non è un evento isolato. Il radicalismo etno-nazionalista non è nuovo in Russia, anzi. Si è espresso nell’ultimo quarto di secolo secondo una matrice Islamista. In un paese che ospita oltre venti milioni di musulmani, istanze autonomiste o indipendentiste, quando non trovano risposte politiche a livello istituzionale, si colorano di un’ideologia che fa dell’Islam un vettore di risentimento politico.

I cittadini della Federazione Russa di confessione islamica sono concentrati negli oblast del Tatarstan e soprattutto del Caucaso: Inguscezia, Daghestan, Cecenia. Regione quest’ultima che ha rappresentato il principale teatro di scontro tra il potere centrale russo e irrequiete periferie che etnicamente russe non sono, ma che si trovano (da secoli, peraltro) sotto il controllo di Mosca. Val la pena di ricordare che lo stesso Putin entrò nelle stanze dei bottoni quale primo ministro nel 1999: all’epoca, una sanguinosa guerra di secessione infuriava proprio in Cecenia. Promise di pacificare la provincia ribelle, fermando la militanza cecena che, come sempre avviene in questi casi, per ribattere alla preponderanza militare convenzionale delle forze armate russe, adottò tattiche terroristiche. Lo stesso anno, terroristi daghestani e ceceni fecero infatti saltare in aria appartamenti a Mosca e a Volgodonsk, nel sud del paese, causando quasi 300 morti.

La feroce risposta delle forze di sicurezza russe innescò due processi. Il primo fu appunto una scia di attentati che scosse profondamente il paese: la strage al teatro Dubrovka (2002, 170 morti), il massacro della scuola di Beslan (2004, oltre 300 morti, la maggior parte bambini), esplosioni nella metropolitana di Mosca (2010, 40 morti) e all’aeroporto Demodedovo (2011, 38 morti), poi ancora una bomba su autobus a Volgograd (2013, 34 morti), fino all’abbattimento di un aereo russo partito da Sharm el-Shaikh che riportava a casa turisti (2015, 217 morti). Questo per citare solo quelli più gravi: una lista a memento del fatto che vi sono ragioni storico-politiche che spiegano la strage di venerdì come un episodio di una contesa non estemporanea. In secondo luogo, la militanza cecena assunse appunto progressivamente tratti islamisti in un periodo in cui prima Al-Qaeda, poi lo Stato Islamico, divenirono riconosciuti attori internazionali. Affiliarsi ad essi era ancora più facile in quanto alla retorica del regime, che presenta la cristianità ortodossa come baluardo di valori tradizionali fondanti la nazione russa, si poteva contrapporre l’Islamismo jihadista. Lo schema dello scontro di civiltà: completamente inadeguato a livello analitico, ma capace di mobilitare opposti estremismi.

Il sedicente ISIS-Khorasan ha rivendicato l’attentato. Costola questa della formazione terrorista attiva in Iraq e Siria, si rifà ad un termine persiano per indicare l’Oriente: una macro-regione che dal Caucaso, appunto, arriverebbe in centro Asia. L’ISIS-Khorasan, per intenderci, ha rivendicato sia la strage all’aeroporto di Kabul nell’agosto del 2021 mentre si ritiravano le truppe USA (183 morti); e quello nella città iraniana di Kerman lo scorso gennaio, con quasi 100 morti. In altre parole, il gruppo ha attaccato il regime (ortodosso) russo, quello (sunnita) talebano, e quello (sciita) degli ayatollah: conosce solo nemici.

Le conseguenze della strage al Crocus City Hall possono essere rilevanti per il regime di Mosca. Non solo avvengono all’indomani del plebiscitario trionfo di Putin alle presidenziali (con l’87% di voti: non serve commentare su tali percentuali). Soprattutto mettono sotto scacco l’immagine di uomo-sicurezza del presidente, la cui figura è descritta dalla propaganda di regime come l’unica in grado di fornire stabilità al paese. Ma se è vero che il regime è capace di reprime dissenso e mettere in cella oppositori di ogni sorta, la scia di attentati ricordata poc’anzi dimostra che non è capace di fornire effettiva protezione. La brutalità del regime induce brutalità come risposta.

In ultimo, non si può non accennare alla guerra in Ucraina. Il Cremlino si è subito affrettato ad attribuire a Kiev macchinazioni se non per orchestrare l’attacco, almeno per supportarlo. Si è detto che alcuni degli attentatori si stavano dirigendo verso l’Ucraina quando sono stati catturati. L’idea di cercare rifugio attraversando il confine più presidiato al mondo da forze di sicurezza russe, mentre queste ti stanno dando la caccia, è assurda. In secondo luogo, l’Ucraina è già in difficoltà da tempo nell’attrarre più supporto militare, logistico e invero politico da parte dei paesi occidentali per il suo sforzo bellico. Non si capisce come coordinare un attacco con l’ISIS-Khorasan possa avere effetti positivi in tal senso. Vero invece è che fonti di intelligence americana avevano avvertito Mosca di possibili pericoli: informazioni neanche verificate, ma solo catalogate come propaganda occidentale.I cittadini della Federazione Russa di confessione islamica sono concentrati negli oblast del Tatarstan e soprattutto del Caucaso: Inguscezia, Daghestan, Cecenia. Regione quest’ultima che ha rappresentato il principale teatro di scontro tra il potere centrale russo e irrequiete periferie che etnicamente russe non sono, ma che si trovano (da secoli, peraltro) sotto il controllo di Mosca. Val la pena di ricordare che lo stesso Putin entrò nelle stanze dei bottoni quale primo ministro nel 1999: all’epoca, una sanguinosa guerra di secessione infuriava proprio in Cecenia. Promise di pacificare la provincia ribelle, fermando la militanza cecena che, come sempre avviene in questi casi, per ribattere alla preponderanza militare convenzionale delle forze armate russe, adottò tattiche terroristiche. Lo stesso anno, terroristi daghestani e ceceni fecero infatti saltare in aria appartamenti a Mosca e a Volgodonsk, nel sud del paese, causando quasi 300 morti.

La feroce risposta delle forze di sicurezza russe innescò due processi. Il primo fu appunto una scia di attentati che scosse profondamente il paese: la strage al teatro Dubrovka (2002, 170 morti), il massacro della scuola di Beslan (2004, oltre 300 morti, la maggior parte bambini), esplosioni nella metropolitana di Mosca (2010, 40 morti) e all’aeroporto Demodedovo (2011, 38 morti), poi ancora una bomba su autobus a Volgograd (2013, 34 morti), fino all’abbattimento di un aereo russo partito da Sharm el-Shaikh che riportava a casa turisti (2015, 217 morti). Questo per citare solo quelli più gravi: una lista a memento del fatto che vi sono ragioni storico-politiche che spiegano la strage di venerdì come un episodio di una contesa non estemporanea. In secondo luogo, la militanza cecena assunse appunto progressivamente tratti islamisti in un periodo in cui prima Al-Qaeda, poi lo Stato Islamico, divenirono riconosciuti attori internazionali. Affiliarsi ad essi era ancora più facile in quanto alla retorica del regime, che presenta la cristianità ortodossa come baluardo di valori tradizionali fondanti la nazione russa, si poteva contrapporre l’Islamismo jihadista. Lo schema dello scontro di civiltà: completamente inadeguato a livello analitico, ma capace di mobilitare opposti estremismi.

Il sedicente ISIS-Khorasan ha rivendicato l’attentato. Costola questa della formazione terrorista attiva in Iraq e Siria, si rifà ad un termine persiano per indicare l’Oriente: una macro-regione che dal Caucaso, appunto, arriverebbe in centro Asia. L’ISIS-Khorasan, per intenderci, ha rivendicato sia la strage all’aeroporto di Kabul nell’agosto del 2021 mentre si ritiravano le truppe USA (183 morti); e quello nella città iraniana di Kerman lo scorso gennaio, con quasi 100 morti. In altre parole, il gruppo ha attaccato il regime (ortodosso) russo, quello (sunnita) talebano, e quello (sciita) degli ayatollah: conosce solo nemici.

Le conseguenze della strage al Crocus City Hall possono essere rilevanti per il regime di Mosca. Non solo avvengono all’indomani del plebiscitario trionfo di Putin alle presidenziali (con l’87% di voti: non serve commentare su tali percentuali). Soprattutto mettono sotto scacco l’immagine di uomo-sicurezza del presidente, la cui figura è descritta dalla propaganda di regime come l’unica in grado di fornire stabilità al paese. Ma se è vero che il regime è capace di reprime dissenso e mettere in cella oppositori di ogni sorta, la scia di attentati ricordata poc’anzi dimostra che non è capace di fornire effettiva protezione. La brutalità del regime induce brutalità come risposta.

In ultimo, non si può non accennare alla guerra in Ucraina. Il Cremlino si è subito affrettato ad attribuire a Kiev macchinazioni se non per orchestrare l’attacco, almeno per supportarlo. Si è detto che alcuni degli attentatori si stavano dirigendo verso l’Ucraina quando sono stati catturati. L’idea di cercare rifugio attraversando il confine più presidiato al mondo da forze di sicurezza russe, mentre queste ti stanno dando la caccia, è assurda. In secondo luogo, l’Ucraina è già in difficoltà da tempo nell’attrarre più supporto militare, logistico e invero politico da parte dei paesi occidentali per il suo sforzo bellico. Non si capisce come coordinare un attacco con l’ISIS-Khorasan possa avere effetti positivi in tal senso. Vero invece è che fonti di intelligence americana avevano avvertito Mosca di possibili pericoli: informazioni neanche verificate, ma solo catalogate come propaganda occidentale.

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