Ho deciso: da domani non pago più il mutuo sulla casa

di Nicola Salvagnin

Ce lo insegnano fin da bambini: non si scherza con il fuoco, si rischia di bruciarsi e poi sono dolori. Per l’economia italiana, il fuoco è rappresentato dal debito pubblico. Parliamo si quei 2.300 miliardi di euro che lo Stato deve a chi glieli ha imprestati. Per più della metà del totale, a noi cittadini italiani.

Ebbene, ventilare in politica l’idea di non pagare i debiti significa attivare uno tsunami che non sai dove può portarti. Anzi lo sai, complici le esperienze di alcuni Paesi sudamericani. Ma non pare proprio il caso che la settima potenza industriale del mondo scelga di imitare le avventure venezuelane o argentine.

Quando si dichiara pubblicamente: chiederemo alla Bce di abbonarci 250 miliardi di debito pubblico (richiesta irrealizzabile e lo sa pure chi la fa), è come se si andasse in banca a dire: a proposito, che ne dite se una fetta del mutuo non la pago più? La reazione di un creditore è semplice e universale: comincia a pensare che tu sia insolvente e che i suoi soldi non li rivedrà più. O vende il suo credito velocemente a qualcuno che si accollerà il rischio comprandolo a prezzi di saldo (ed ecco schizzare in su il famoso spread), o chiederà più interessi per i successivi prestiti, appunto non fidandosi più.

In entrambi i casi, un disastro. Alla fine lo Stato pagherà di più, se appunto non intende volontariamente percorrere la via verso Caracas. Se poi in parallelo si va dicendo che non solo il debito verrà ridotto, ma che si pensa fermamente di aumentarlo (per varie ragioni, delle quali ora non discutiamo), è chiaro che si innesca un cortocircuito formidabile: vorrei da voi più soldi ma non so se ve li restituirò.

Metti che gli italiani possano pure abbozzare, al pensiero: figurati se poi si va al patatrac. Ma gli investitori stranieri? I fondi pensionistici svedesi o californiani? Gli speculatori vari? Le assicurazioni di mezzo mondo che investono il loro patrimonio solo in titoli di Stato sicuri e affidabili? Sono tutti prestatori che non ci pensano un attimo a spostare i loro soldi da un’altra parte; addirittura molti di loro sono obbligati per statuto a farlo, se le agenzie di rating classificassero l’Italia come Paese meno affidabile.

Sono cose che non abbiamo mai visto? Eh no, la nostra memoria non può essere così corta. Per molto meno, nel 2011, saltò il governo Berlusconi, arrivò l’esecutivo tecnico di Mario Monti che come prima cosa fece una stretta fiscale e previdenziale che ancora oggi abbiamo attorno al collo, mentre l’economia rientrava in una recessione durata fino al 2016. Errare è umano, ma perseverare…


© RIPRODUZIONE RISERVATA