Fatti una vita, butta il coltello!

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Lodi

“Get a life, bin that knife” (fatti una vita, butta il coltello). È la scritta che campeggia sui box collocati nei giardini pubblici del Regno Unito con l’obiettivo di contrastare la diffusione delle armi da taglio tra i giovanissimi.

Una piaga sociale da almeno un decennio Oltremanica, che è stata affrontata con la repressione, senza tuttavia riuscire ad arginare il fenomeno. Tanto che lo scorso febbraio il ministero dell’Interno e quello della Giustizia hanno presentato un piano che mira a dimezzare i reati commessi con i coltelli, annunciando uno stanziamento di 320 milioni di sterline, pari a 369 milioni di euro.

Tra i punti salienti di questo ambizioso programma, i percorsi obbligatori personalizzati che i ragazzi trovati in possesso di un coltello sono tenuti a seguire. Laddove ha fallito la polizia, dunque, ci provano educatori e psicologi, con l’obiettivo di prevenire un fenomeno che, posto sotto i riflettori nelle grandi città, è diffuso anche nei centri minori e nelle zone rurali pur essendo meno raccontato.

Gli inglesi sono arrivati alla conclusione che occorre rimuovere le cause del problema prima ancora di contrastarlo con le pattuglie per la strada, perché in questo secondo caso si può solo tentare di arginare un fenomeno dilagante, incontrollato. Da Londra arriva una lezione preziosa anche per l’Italia, che sta sperimentando solo negli ultimi anni una massiccia diffusione della violenza minorile, con ragazzi sempre più giovani avvezzi a commettere reati da adulti come rapine, estorsioni e tentati omicidi (e in taluni casi poi ci scappa il morto).

Anche in una città di provincia come Lodi il possesso delle armi da taglio tra i ragazzi è in preoccupante aumento. Quel che non certificano ancora le statistiche - servirà qualche anno per avere a disposizione una base numerica attendibile - lo dicono gli operatori delle forze dell’ordine, quelli che tutti i giorni e tutte le sere sono nelle strade.

Ragazzini e ragazzine con il coltello in tasca sono solo parte di un problema molto più ampio che comprende il consumo di droga e di alcol e lo sdoganamento della violenza brutale come mezzo di divertimento o di risoluzione di banali litigi. Ci sono episodi, come le risse in strada organizzate attraverso i social, che oltre a destare allarme collettivo ci interrogano nel profondo su cosa manca, o è mancato, a questi ragazzi e sul contributo che possono dare, crescendo alla nostra comunità.

E poi, inutile far finta di niente, abbiamo anche un problema di integrazione. L’accoglienza funziona, il passaggio successivo non perfettamente, altrimenti non ci troveremmo alle prese con le difficoltà delle seconde e terze generazioni. Ci sono storie ammirevoli ed esempi positivi come la recente Festa dei Popoli di Lodi, ma poi ci sono anche gli elementi critici ed è su quelli che occorre concentrare le energie, senza voltarsi dall’altra parte.

Di fronte a questo scenario, richiamato più volte anche dal vescovo di Lodi nei discorsi alla città in occasione di San Bassiano e nei vari incontri con il mondo dell’educazione, siamo tutti chiamati a fare di più, per evitare fra qualche anno di dover installare nei nostri giardini pubblici i box per disfarsi dei coltelli a serramanico. (Immagine tratta dal sito istituzionale www.islington.gov.uk)

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