Anche alle elementari

si fanno le classifiche

di Caterina Belloni

L’esistenza delle classifiche per le università è nota a tutti, anche perché i giornali ne parlano spesso, magari per fare confronti tra gli altri paesi e l’Italia. Il metodo applicato è semplice: si prendono alcuni criteri chiave, si valutano i risultati ed esce il nome dell’istituzione migliore. Lo stesso meccanismo che in Gran Bretagna si utilizza non solo per l’istruzione

superiore ma per quella di ogni livello. Tanto che nei giorni scorsi sono state pubblicate le classifiche delle scuole elementari. A stilarle e poi diffonderle è stato il Ministero dell’istruzione, che nel Regno Unito ha un organismo, chiamato Ofsted, che si occupa del funzionamento delle scuole. Non solo nel senso che fornisce programmi e direttive.

Anche quello, certo, ma la parte principale sono valutazione dei risultati ottenuti dagli istituti e classificazione. Esistono delle aree principali, dei punteggi minimi da raggiungere, dei livelli ritenuti necessari. Le scuole che ci arrivano o li superano ottengono un riconoscimento e continuano a lavorare, mentre le altre vengono sottoposte a revisione, ma possono anche essere commissariate o chiuse se non funzionano.

Insomma anche al mondo della scuola viene applicato il criterio aziendalista del merito, che da un lato è ciò che fa gola ai giovani italiani in fuga verso la Gran Bretagna, dall’altro può essere una spina nel fianco. Perché se si considera la formazione dei bimbi piccoli solo in termini di risultati, viene meno il principio che valorizza gli individui e si prende di cura di essi, anche quando sono deboli, problematici, meno performanti.

Su questo argomento il mondo della pedagogia ha opinioni spesso divergenti. Ma senza scomodare esperti e ricerche, devo segnalare che vedere sui giornali e sui siti di informazione la classifica con le cento migliori scuole elementari britanniche mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Soprattutto sapendo che il giudizio si lega non al benessere e alla felicità dei piccoli, ma ai risultati, cioè a come i bambini apprendono nelle tre aree chiave della lettura, scrittura e matematica. Per la quale, peraltro, devono imparare a menadito le tabelline fino al dodici entro gli undici anni. Non che in Italia non accada (anche se fino al dieci), ma se qualcuno sbaglia, perchè è lento con i numeri o magari studia meno, i suoi scarsi risultati non hanno impatto sulla scuola. In Gran Bretagna, invece, le conseguenze si sentono.

Come è accaduto in una scuola che conosco, nella quale il livello raggiunto in matematica e lettura lo scorso anno è diventato molto basso per colpa di un paio di allievi. Bimbi problematici, che hanno raggiunto l’istituto dopo essere stati allontanati da altre due scuole e sono stati comunque accolti. Salvo andarsene a fine luglio, dopo l’ultima lezione, lasciando in eredità risultati che ora mettono nei guai il corpo docente.

All’ispettore dell’Ofsted che è stato inviato per chiedere conto del peggioramento, il dirigente ha cercato di spiegare, numeri alla mano, che si era trattato di episodi isolati, che hanno avuto un rilievo perché la scuola è piccola. Ma non ha ottenuto la comprensione che si aspettava. Le percentuali hanno giocato a suo sfavore, perché quando si ragiona sul numero senza approfondire, si finisce per non notare che due su un nucleo di 35 diventa una fetta importante.

Anche se, badando agli individui e non alle tabelline, appare chiaro che sono soltanto due, con storie difficili alle spalle e il bisogno di essere accolti. Comunque.

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