Ah, Dossenina! Non passerai da Lodi (fa nobile triangolo in Lombardia con Milano e Pavia) senza visitarne lo stadio antico, dopo aver preso il caffè in Piazza Maggiore, aver messo il naso dentro l’emozione d’oro del tempio dell’Incoronata e aver visto, come Ada Negri, sorridere il cielo “con pupille azzurre” nel vano delle bifore del San Francesco. Si chiama appunto Dossenina, lo stadio, il nome della cascina sulla cui aia, nel 1921, è stato trapiantato il rettangolo di gioco. Antico come l’Appiani di Padova, dove capitò nel 1933 Umberto Saba con la figlia Linuccia, gran patita di football. Doveva essere una di quelle giornate diacce, di quelle che indugiano anche nel Lodigiano. I tifosi patavini guardarono con diffidenza quegli intrusi di fuorivia. Poi, quando capirono che facevano il tifo per i biancoscudati, mandarono qualcuno a porgere un mazzolin di fiori alla ragazza, “colti lì per lì, nelle adiacenze del campo stesso”. L’Appiani di Rocco, di Blason e Scagnellato, ha chiuso nel 1994. A pochi passi dalla Dossenina, sulle prode dei primi campi della periferia, potresti ancora raccogliere un mazzolino di viole e occhi della madonna per una Linuccia di Milano, calamitata qui da uno di quei misteriosi passa-parola fuori passaggio televisivo: a svelenirsi del calcio tele-metropolitano. E un nastrino a legare il mazzolin dei fiori con un biglietto recante i versi di chiusura di “Tredicesima partita”, la poesia che trovò ispirazione proprio quella domenica del 1933 all’Appiani: “Piaceva/ essere così pochi intirizziti/ uniti,/ come ultimi uomini su un monte, a guardare di là l’ultima gara”.
Ah, Dossenina! Pochi raccolti nello stadio muto, parlavano di ieri e del domani. A quando si stringevano le mani, Nel campo cantava la partita. Le maglie bianconere una bandiera, scialbe le altre, quasi inosservate. E quando il sole calò sulle vetrate grigie dell’hotel vicino, si fece freddo il sole di febbraio. I pochi raccolti nello stadio muto, gridavano Fanfulla in un solo coro. Qualcuno dei più vecchi era seduto, faceva delle mani un caldo imbuto. Si strinsero tutti più vicini, come raccolti in tabarri lisi, Tre volte trillò l’arbitro la fine, come a dire che altro era finito. Quel che contava non era la partita. Pareva che il cielo fatto scuro un po’ di loro si portasse via, un altro giorno avaro della vita.
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