Woody Allen: i sogni perduti

dietro le luci di Coney Island

Il nuovo film del regista che dipinge un angolo di New York con la fotografia di Storaro

Coney Island è ancora New York. E per Woody Allen, in qualche modo, è pur sempre casa.

Lontana da Manhattan, non solo geograficamente, già «agli sgoccioli» negli anni Cinquanta. Un «regno di fate da quattro soldi», decadente, trasformata in un palcoscenico dalla luce di Vittorio Storaro. E sotto lo scheletro della sua ruota panoramica un pugno di «eroi eccessivi», agli sgoccioli anche loro.

La maniera più banale per riassumere il cinema di Woody Allen è quella di separare le commedie dai drammi, i film “divertenti” da quelli seri, anche se è chiaro a tutti che si sta parlando sempre (o quasi) della stessa cosa. Si sta parlando di uomini e donne, di passioni, della natura umana. Di «grandi storie tragiche» come quelle dei protagonisti di La ruota delle meraviglie che non può appartenere alla categoria delle commedie e quindi - per restare nel campo delle semplificazioni - si “autodefinisce” (sin dalle prime battute, per le inquadrature, la descrizione dei personaggi, i colori, le citazioni) un melodramma. Così almeno lo racconta il giovane Mickey, bagnino con la passione per la letteratura e per i drammi di Eugene O’Neill, voce narrante di questa storia in cui si intrecciano i destini di Ginny, ex attrice che fa la cameriera in un ristorante di pesce di questa penisola ai margini di Brooklyn e che ha sposato il giostraio Humpty e con lui partecipa al “conto alla rovescia” di Coney Island. Che sta sopra di tutti in questo film (assieme alla luce di Storaro, persino “ingombrante” a tratti).

La vita immaginata dagli scrittori e quella vissuta, le passioni e le scelte che cambiano i destini: sotto la ruota panoramica si muovono Ginny, il suo piccolo figlio piromane e cinefilo, il marito inadeguato Humpty, la figlia Carolina in fuga dai gangster, il bagnino Mickey: sono le tessere di un domino che sembra mosso da un autore supremo e senza tempo, l’unico che pare in grado di appassionare lo stesso Woody Allen, che continua a sfornare un film all’anno forse per evitare di pensare al tempo che passa inesorabile.

Teatrale quasi all’eccesso (non solo O’Neill con Kate Winslet che inevitabilmente fa pensare a Blanche DuBois e a Tennessee Williams), costruito attorno a lunghi piani sequenza che si chiudono sul viso di Ginny, La ruota delle meraviglie ci restituisce un regista rigoroso e non ripetitivo, nonostante il ritorno a temi e dinamiche consuete. Amaro, senza il genio letterario e spiazzante di Match Point ma con altri riferimenti che sono citati in maniera esplicita La ruota delle meraviglie è un film sulle illusioni perdute, sui sogni infranti e su un mondo che non riesce a nascondere il suo lato tragico dietro le luci colorate di una giostra. «Non si tratta di ragionare, sono sentimenti» ammonisce Allen mentre i suoi personaggi devono scegliere se mentire o fare la cosa giusta. Oppure rassegnarsi all’inesorabile trascorrere del tempo che ha potuto trasformare anche le meraviglie di Coney Island in fenomeni da baraccone.

La ruota delle meraviglie

regia Woody Allen

con Kate Winslet, Justin Timberlake

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