Vite in seminario
sotto il fascismo,
tra fede e storia
Luisito Bianchi
Il seminarista
Sironi, Milano 2013, pp. 22, 16 euro
Lettura 2 min.La Resistenza oltre il mito della Resistenza, quella che che si celebra ogni anno il 25 aprile tra corone deposte e discorsi istituzionali. Una Resistenza senza esaltazione o retorica, che è piuttosto rinascita personale, scoperta profonda di una vocazione che fa del dono gratuito di sé e della condivisione della pena e della gioia altrui («di carne viva, con ferite e trasalimenti di gioia») il suo fulcro e il suo senso ultimo: la vocazione alla vita consacrata.
«Se sono prete, e con il desiderio che il mio sacerdozio non sia un’aggiunta o una sovrapposizione al mio essere uomo (posso dire che sia un tutt’uno) lo debbo a quel tempo […]».
Un’opera che ripropone fedelmente il dattiloscritto vergato da don Luisito nei primi anni Settanta e mai approdato all’onore dei torchi forse per una forma di ritrosia a rivelare trasalimenti, dubbi e paure provate nel momento in cui maturò in lui, proprio nel caldissimo torno di tempo trascorso fra l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45, la spinta vocazionale. È difficile infatti pensare che nella vicenda del giovanissimo seminarista protagonista del romanzo non si celino tratti autobiografici. A partire dall’esperienza seminariale in un istituto rigoroso e inamidato avviata quasi per caso a soli nove anni sotto l’influenza di un arciprete carismatico e poi maturata, non senza dubbi e repulse, ai tempi del liceo, sotto l’incalzare dei drammi della guerra e dell’oppressione nazifascista.
Il libro incede lento, quasi mimeticamente cadenzato sui ritmi della vita dentro un seminario dei primi anni Quaranta del secolo scorso – fra studio dei classici, sgranare di rosari e lunghe ore di “dottrina” -, e privilegia la dimensione meditativa rispetto all’azione, cui l’A. cede soltanto, e inevitabilmente, nel concitato e quasi improvviso finale. Bianchi è abilissimo nel tessere la sua esile trama assistito da una scrittura raffinata e matura, curatissima nella scelta lessicale, e da uno stile piano e semplice, capace di impennarsi in rapidi guizzi nei non rari momenti in cui il racconto in prima persona lascia spazio ai dialoghi o si dilata in pennellate di straordinaria efficacia descrittiva. Ne basti una, in tal senso, a esemplificarne assai bene il timbro: «Il profumo dei tigli durava poco. Il sole che piombava sui cortili, fin dal mattino, senza misericordia, riduceva ben presto i fiori al silenzio, accartocciati e secchi. Ma la loro missione i tigli l’avevano condotta a termine; ormai i seminaristi avevano avuto l’annuncio ufficiale che le vacanze bussavano alla porta e che gli esami sarebbero presto passati, a Dio piacendo, come “a farsi cavare un dente”, dicevano quelli che avevano già letto Manzoni […]» (pag. 73).
Marco Ostoni
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