Viaggio all’ombra del sacro e nel silenzio della natura

ORATORI DI CAMPAGNA Il nostro percorso continua tra Boffalora d’Adda e in direzione di Lodi

È dedicato a San Biagio, risale al XVIII secolo e può annoverarsi tra gli oratori campestri sottratti all’azione distruttrice del tempo, grazie al restauro dei primi anni ottanta del secolo scorso. Si trova nel territorio di Boffalora d’Adda, nella corte della cascina Cremosazza poco distante dal fiume, e raggiungibile imboccando una delle stradine di campagna sul lato sinistro della provinciale Lodi-Boffalora, prima di raggiungere il paese. Affiancato da altri edifici ma non contiguo con essi, si presenta con le due colonnine che reggono il fronte mistilineo del protiro, e la piccola torre campanaria, nelle forme concepite nel 1722 dall’architetto Giovanni Albertino: a lui aveva affidato il progetto l’allora proprietario della cascina, Bartolomeo Morandi. Ma è certo che la chiesetta era venuta a sostituire in loco, in quella data, un oratorio molto più antico, e questo succedersi nel tempo di architetture religiose, in risposta al bisogno di praticare la fede nei giorni scanditi dal lavoro nei campi, riflette la sua eco nelle celebrazioni che, di tanto in tanto, avvengono ancora alla Cremosazza, specie in occasione della festività di San Biagio; e nell’aspetto vissuto della chiesetta dove, tra piantine fiorite, la panchina davanti all’ingresso invita alla sosta e alla pace. È Giovanni Agnelli, nel fondamentale “Lodi e il suo territorio nella storia, nella geografia e nell’arte”, ad attestare la presenza nel cascinale di un oratorio con la stessa dedicazione già nel 1573, quando fu visitato dal Vescovo Scarampo; in seguito “interdetto” e caduto in rovina, l’edificio fu poi ricostruito. Ed è sempre lo storico lodigiano a supporre proveniente da questo Oratorio il dipinto raffigurante San Biagio, ancor oggi custodito nella Parrocchiale di Boffalora.

Pochi chilometri di distanza, questa volta in direzione di Lodi, ed ecco profilarsi sul lato sinistro della provinciale la cascina Portadore Alto, con il suo oratorio dedicato a San Michele Arcangelo. In questo antichissimo abitato, la chiesetta che settimanalmente si apre ancora alla Messa può considerarsi relativamente giovane, costruita com’è nel 1884. Ma, anche in questo caso, costituisce qui l’ultimo di una serie di sacri edifici di cui si ha notizia dall’epoca carolingia, quando vi esisteva una “cella” dedicata a San Raffaele e successivamente, già prima dell’anno mille, una chiesetta edificata dai monaci dell’Abbazia di San Pietro in Lodi Vecchio, poi divenuta proprietà dei Vescovi di Lodi e quindi della famiglia Villanova, che la lasciò in eredità all’Ospedale Maggiore di Lodi tuttora proprietario del luogo. Impreziosita dalla grande lunetta simulante un semirosone con cornice decorativa, e da un’architrave con fregi sovrastante la porta, la facciata era dotata in passato anche di un portico di accesso, ora scomparso. C’è però, come alla Cremosazza, la panchina che riporta a tempi trascorsi di preghiera nel silenzio della campagna, all’ombra del sacro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA