Una camera con vista dalla periferia

Lettura 2 min.

La vita vera si scorge dalla terrazza di un quartiere popolare, da dove si scoprono quelle cose che dentro il villone con piscina annegano. Alice, moglie e madre arricchita e decisamente razzista, si ritrova all’improvviso vedova e senza una lira e, per la necessità di sbarcare il lunario, precipitata nel mondo reale che imparerà ad affrontare con una parrucca in testa. Escort, immigrazione, diversità: di questo parla Nessuno mi può giudicare, divertente e agrodolce opera prima di Massimiliano Bruno che, dopo una carriera brillante da sceneggiatore, debutta alla regia con un film singolare, da non derubricare sbrigativamente alla categoria “commedia televisiva”.

Alice (Paola Cortellesi) e Giulio (Raul Bova) dunque, i due opposti che si attraggono, nel cortile del Quarticciolo romano. Ma non solo loro: dallo schermo emergono, dirompenti, un pugno di personaggi e di situazioni che compongono il vero tessuto di un film che si solleva dalla “massa” indistinta di certa comicità nostrana proprio grazie a loro. La storia della borghese arricchita che scopre la vera umanità regge perché affondata in un universo multicolore e divertentissimo creato con abilità dagli sceneggiatori. La Cortellesi, sempre bravissima ma qui alle prese con un ruolo più completo che la vede per forza di cose sempre in primo piano, strizza l’occhio alle grandi attrici comiche italiane, a Franca Valeri e alla Vitti, e si ritrova in un ruolo che le sembra cucito addosso. Il regista perde un po’ del mordente iniziale quando si concentra sullo sviluppo sentimentale della storia, lascia per strada un po’ della “cattiveria” mostrata fin lì, ma al suo film restano una freschezza invidiabile e sincere risate. Alla fine Nessuno mi può giudicare è un concentrato di comicità che qualche volta va anche a discapito della grazia, ma non è certo questo il terreno di “gioco” di Bruno che declina il soggetto di Fausto Brizzi, allontanandosi dal genere “maschi contro femmine” per inerpicarsi su un sentiero più complesso. La sua è una sorta di commedia “sociale”, che certo si astiene da giudizi e analisi approfondite, ma con una robusta dose di cinismo tocca corde importanti. Con la scusa di riderci sopra. Niente di trascendentale, ma qualcosa di interessante sì.

Se non è originale la “morale” del film, se alla fine può apparire troppo semplificata l’equazione (il bello e il buono si trovano nel posto più sporco in apparenza) è la maniera di raccontarla che colpisce. Il film funziona per come sono costruiti e raccontati i personaggi e per come sono scelti gli interpreti. Per la confezione di un tessuto narrativo che “tiene”, poggiato su un testo davvero divertente, arricchito dalle figure di contorno, da caratteri (Rocco Papaleo, Lillo Petrolo, Lucia Ocone) che sono la vera forza del film. E perché, senza troppa retorica, Bruno intreccia temi forti, parla della diversità e del razzismo, senza commiserazione, senza falso pietismo, dipingendo l’Italia al tempo della crisi meglio di tante opere che si prendono molto più sul serio. Affondando anzi le mani nella materia e ridendoci pure sopra, e mantenendo una leggerezza rara per il cinema italiano. E alla fine dice che no, non siamo tutti uguali, decisamente no. Ma sta proprio lì il bello. Troppo semplice? No, non fatevi ingannare, non è semplice.

PRIMA VISIONE - La vita vera si scorge dalla terrazza di un quartiere popolare, da dove si scoprono quelle cose che dentro il villone con piscina annegano...

© RIPRODUZIONE RISERVATA