Sogni di cinema trasformati in incubi

Prima avvertenza: non scambiatelo per un film “per ragazzini”. Anche se dopo tanto Spielberg e una scuola intera di autori che ha fatto grande il cinema Usa sarebbe un errore imperdonabile pensare che esistano ancora film “per ragazzini”.

Loro, i dodicenni, sono sì i protagonisti di Super 8, così com’era stato ad

esempio per Stand by me, o più su addirittura per Tom Sayer (ed è cosa nota che il romanzo di formazione non sia un genere “minore”, costruito per parlare solo agli adolescenti), ma questo film richiede d’essere guardato con un po’ di attenzione in più per essere scoperto: allora nelle sue “pieghe” sarà semplice scovare una piccola miniera d’oro. Non solo un omaggio al cinema della Amblin (la casa di produzione che ha “battezzato” i film di Spielberg, quella con il ragazzino che vola in bicicletta nella sigla per capirci), non un esercizio di stile “anni Ottanta” un po’ fuori tempo. Ci sono Spielberg, Richard Dreyfuss adulto che ricorda «i migliori amici di una vita avuti a 12 anni», Stephen King e il romanzo di formazione e quello di fantascienza: tutto quanto dentro questo bellissimo Super 8 che anni dopo torna a raccontare un’avventurosa estate della fine degli anni Settanta in Ohio.

È qui che Joe e Charles (e Alice e gli altri) sognano di realizzare un film di zombie girando con la loro piccola cinepresa a pellicola (quella dei nostri filmati di bambini che dà il titolo al film). Ed è durante le riprese notturne di una scena che assistono a un evento inspiegabile che li metterà all’improvviso di fronte all’ignoto (e di qui davanti alla crescita).

I visi, i colori, la musica e la storia. Tutto quanto richiama in maniera perfetta le atmosfere di quel cinema della nostra memoria. Super 8 ci fa fare un salto indietro nel tempo, ma non per pura nostalgia, bensì per rileggere quegli stessi temi ad anni luce di distanza. Il rapporto con i padri, il passaggio di età, la fine dell’innocenza: è così che il regista di E.T. incontra quello di Lost ed è così che l’attesa dell’alieno, del diverso, l’arrivo dello straniero diventa una minaccia. Niente più speranze di “incontri ravvicinati” con entità superiori (quelle restano al sognante e caustico Gipi) ma solo paura dell’ignoto.

E allora, seconda avvertenza: approfittate della visione per fare un ragionamento attorno al concetto di cinema e di spettacolo (e dei cambiamenti intercorsi in questi anni) quando la materia finisce in mano a registi come Spielberg o come J.J. Abrams. Questo può essere considerato un degno erede del maestro? Non è questo il punto, J.J. Abrams è la nuova generazione di quel cinema, è un autore nato e cresciuto con negli occhi i film della Amblin ed è quindi uno che pensa e immagina e costruisce il cinema secondo quel mirabolante “schema” che ha partorito tanti capolavori. Ma è un autore dei “nostri” tempi. Super 8 non è un’imitazione dunque, è molto più di un omaggio. Una sorta di “rilettura” di E.T. e Incontri ravvicinati al tempo di Lost, con i sogni che piano piano si trasformano in incubi. Come tristemente insegnano i nostri tempi, ormai lontani da quegli anni Ottanta.

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Super 8

regia J.J. Abrams, con E. Fanning, K. Chandler, R. Eldard, N. Emmerich

PRIMA VISIONE - Prima avvertenza: non scambiatelo per un film “per ragazzini”. Anche se dopo tanto Spielberg e una scuola intera di autori che ha fatto grande il cinema Usa...

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