Quella Storia vissuta “dal basso”

PRIMA VISIONE «La Storia siamo noi, nessuno si senta offeso». Quarant’anni di vita italiana passano davanti agli occhi di Ernesto Marchetti, un uomo qualsiasi, uno come tanti altri, tra i milioni che, come recitava la canzone, la Storia la compongono semplicemente per il fatto di esserci stati. Dal 1967 ai giorni nostri, dal Paese ancora lontano dagli «anni Settanta», fino ad oggi, passando per le Brigate Rosse e il delitto Moro, i mondiali di calcio in Spagna, i socialisti e Berlusconi. Tutto riflesso negli occhi di Ernesto, tappezziere prima e traslocatore poi, e della sua famiglia.

È una sceneggiatura «rubata» quella scritta da Giovanni Veronesi per «L’ultima ruota del carro», il film certo più ambizioso che arriva dopo i successi dei vari «Manuali d’amore», perché come raccontato dallo stesso regista la vicenda di Ernesto Marchetti sta tutta in quella (vera) di Ernesto Fioretti, autista di Veronesi e di molte altri protagonisti del nostro cinema. È lui l’uomo qualunque portato sullo schermo da Elio Germano, lui quello che ha vissuto gli avvenimenti poi romanzati nel film, così semplici da apparire autentici. E quindi straordinari.

Prende il via dal 1967, da un campetto della periferia di Roma su cui giocano un pugno di ragazzi il film che ha l’ambizione di restituire il ritratto di un Paese partendo dalle sue vicende minime e guardando all’eredità migliore del nostro cinema: Ernesto lo troviamo prima ragazzino, poi adolescente, mentre l’Italia metabolizza una prima fase di grandi trasformazioni a cavallo degli anni Settanta. Fatti, eventi anche tragici, che passano davanti agli occhi suoi e di suo padre, costretti a ruoli da non protagonista, da «soldati semplici». E’ così che Ernesto parcheggia l’auto dietro la R4 rossa in via Caetani nel maggio del 1978, scoprendo poi solo davanti alla tv la cronaca di quanto accaduto, o che fa uno degli incontri determinanti della sua vita andando a ritirare i quadri da uno dei più grandi artisti italiani contemporanei, di cui diventerà grande amico. In mezzo, come a tanti altri milioni, gli capiterà di sposarsi, di metter su una casa sempre affollata di parenti, di litigare con il padre e di inventarsi una società di trasporti con l’amico d’infanzia, per tentare con lui di realizzare un piccolo «sogno italiano». Poi verranno ancora le delusioni, i tradimenti, le sconfitte politiche, le piccole gioie che tengono insieme generazioni intere. Ernesto e Angela (Alessandra Mastronardi), con l’amico Giacinto (Ricky Memphis), che interpretano una parte non scritta di una grande «sceneggiatura» naturale.

Giovanni Veronesi, come detto, si affranca dai successi recenti (senza rinnegarli ovviamente), ma guarda molto più in là, si confronta con Scola e con la grande commedia, anzi con il romanzo popolare, per restituire un ritratto che appare sincero, pur con dei limiti di sceneggiatura nello sviluppo dei personaggi e in alcuni passaggi che non hanno la necessaria naturalezza. Vuole mettere tutto, forse troppo, ma il suo resta comunque un tentativo riuscito, che alterna i registri narrativi e mantiene costante una nota dolceamara, uno sguardo carico d’affetto che risulta credibile agli occhi dello spettatore. Se l’obiettivo era raccontare e raccontarsi, portando sullo schermo questa nostra parte di Storia, si può dire che Veronesi riesce nell’impresa. Facile rivedersi nel protagonista e nella sua colorita compagnia di familiari e amici, come semplice è individuare in Giacinto il prototipo dell’opportunista che conserva comunque il cuore buono «da «italiano».

Ecco, forse Veronesi eccede nello schematismo, semplifica troppo volendo essere comprensibile. Ma sono limiti che possono essere perdonati alla luce di quanto detto sin qui. Alla fine il suo rimane un racconto intimo su uno scenario sconfinato e i suoi personaggi possono ripetere senza risultare stonati: «la Storia siamo noi».

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