Quanti ricordi dentro un ritratto: Chioda e “l’attesa” della madre
Paolo Chioda con il ritratto della madre

Quanti ricordi dentro un ritratto: Chioda e “l’attesa” della madre

Il volto della donna uccisa un anno fa dal Covid “fermato” dal figlio con colori e pennelli

La cassata siciliana che tanto le piaceva e si poteva trovare da Stroppa al Bar Madonna; i bracciali indossati anche nel cortile di casa, in via Pandina; i capelli ondulati a riflettere la luce, ma anche eleganza e femminilità. «Io e mia sorella dicevamo che si credeva una contessa, ma ho capito che lo era veramente». E allora l’ha dipinta così la sua mamma, Paolo Chioda Doni, pittore autodidatta che tutti a Mulazzano e dintorni conoscono per l’attività pluridecennale. E se in passato l’artista si era dedicato ai paesaggi - sulle orme dei Macchiaioli ha anche ripercorso la Francia con l’amico Sante Torresani -, nell’anno della pandemia Chioda si è riscoperto ritrattista. A partire dalla figura della mamma, mancata l’1 aprile dello scorso anno a causa del covid, in casa di riposo. La mamma da giovane, nell’intimità familiare; più avanti, mentre raccoglie un sassolino per fermare l’acqua da un vaso; da anziana, ricoverata, sempre elegante nel golfino azzurro sopra la maglia blu e una collana finissima. “L’attesa”: così Chioda ha intitolato la tela che la ritrae nel momento in cui aspettava il figlio per la consueta visita. «Arrivavo e mi diceva: “Paolo, vieni qui. Cosa mi hai portato? Però non fa niente se non mi hai portato niente”. È stata sempre una donna forte. Leggeva molto» racconta Chioda che, nella solitudine del lockdown e nel dolore della perdita, tutto il suo amore l’ha espresso nei quadri.

Lidia Doni era arrivata a Cassino d’Alberi, frazione di Mulazzano, perchè il padre aveva perso un parente tra i bimbi del bombardamento di Gorla e a Milano non voleva più dormire. A Mulazzano lei aveva conosciuto il coordinatore delle lavoranti nel riso che poi è diventato suo marito. «Non sembrava molto interessata alla mia pittura», racconta Paolo, che da piccolo ritraeva Topolino e Celentano, andava dal panettiere Bosatra a comprare i cioccolatini perché c’erano in regalo gli acquerelli, poi con il lavoro a Milano ha scoperto materiali e musei. Ama i colori di Van Gogh e Gauguin e oggi tra i suoi ritratti c’è anche quello della virologa Antonella Viola. «Però tu eri bravo a dipingere»: Lidia glielo ha detto nel giardino della casa di riposo, quando Paolo andava a trovarla. Lei gli raccontava i film visti al cinema, lui la ricambiava con episodi curiosi come il ritorno di Gagarin dallo spazio. «Non aveva più memoria ma aveva riso di gusto. Negli ultimi anni poterla aiutare è diventato un piacere – dice lui, che ha deciso di firmarsi Paolo Chioda Doni -. Quando sono passate le Frecce tricolori ho detto: “Guarda mamma, sono per te”».


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