Pupi Avati porta Pozzetto “sull’argine della memoria”
Fabrizio Gifuni e Renato Pozzetto in “Lei mi parla ancora”

Pupi Avati porta Pozzetto “sull’argine della memoria”

IL FILM: “Lei mi parla ancora” tratto dal libro di Giuseppe Sgarbi

“L’uomo mortale non ha che questo di immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia”: giunti alla fine - dei giorni, del racconto, alla fine di tutto - arriva in soccorso Pavese a dare un senso al flusso ininterrotto di memoria. È il ricordo che ci fa immortali. Ed è così che sull’argine del Po o dentro le stanze della casa-museo protetta dal silenzio della bassa pianura ferrarese Nino e “la” Rina potranno restare per sempre uniti come in quella promessa fatta sessantacinque anni prima.

Pupi Avati ritrova intatto il “suo” cinema dentro le pagine di Lei mi parla ancora, il memoir scritto da Giuseppe Sgarbi, che prende forma e immagini (e suoni e colori ed emozioni) in mano al regista bolognese. Un incontro fortunato quello tra il libro “di memorie edite e inedite del farmacista” (padre di Vittorio e dell’editrice Elisabetta) e il regista, ma inevitabile verrebbe da dire se si pensa alla filmografia di quest’ultimo, che ha sempre camminato in equilibrio sul filo della memoria. Qui i ricordi sono quelli di Sgarbi padre, scritti a 95 anni dopo la morte dell’amata moglie, che prendono forma nel racconto fatto a uno scrittore ingaggiato dai figli proprio per alleviare il dolore della vedovanza e raccogliere la memoria di famiglia. In realtà l’obiettivo iniziale era più tenere occupato l’anziano genitore, ma quello che nasce dall’incontro tra i due è naturalmente molto di più e molto altro rispetto all’idea originale.

«Quali sarebbero le cose che si possono dimenticare e lasciare da parte in tutta questa storia»: ha ragione Nino quando si scontra con il romanziere che vorrebbe lavorare di sintesi e tagliare qua e là il flusso dei ricordi. E Avati questa lezione già la conosce: il suo è un cinema fatto di piccoli gesti, di sguardi, di colori e di suoni che ne risvegliano altri che parevano sepolti chissà dove. Il campanello della bicicletta, la corriera rossa, la luce della campagna e i film visti d’estate sullo schermo montato in piazza: la memoria prende un suono e un odore nella macchina da presa di Avati che proprio come lo scrittore assunto per stare a fianco di Nino e dei suoi ricordi intesse una sua storia, mentre ascolta e riscrive.

Quella volta in cui comprarono il Guercino, o quell’altra in cui la Rina fu messa sulla corriera per essere rimandata a Roma: ci sono sì gli episodi che fanno la biografia della famiglia, ma non sono questi il cuore del racconto.

Lei mi parla ancora è prima di tutto un film sulla memoria, non solo quella di Nino, ma quella di tutti noi. Quella del regista stesso innanzitutto. È un film crepuscolare, delicato ed emozionante, che ha tutto Avati dentro. C’è Jazz band e ci sono gli eroi minori della nostra storia, c’è la scelta di un attore protagonista - un dolente e straordinario Renato Pozzetto - con cui ripetere quanto fatto con Abatantuono e Christian De Sica, scoprendo quanto di drammatico c’è dentro il comico. È un film ammantato da una nostalgia diffusa che però è incredibilmente viva e vitale, mai autoriferita, anche quando l’opera sembra perdere un po’ di equilibrio tra il presente raccontato ai giorni nostri e il passato rievocato da Nino. Avati resta “sull’argine della memoria”, per ripetere che in un libro, nel verso di una poesia, su una tela o in un’inquadratura, dentro un ricordo possiamo davvero essere immortali.


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