Mario Schifano, la più grande retrospettiva a Roma dopo 30 anni

LA MOSTRA La recensione di Fabio Francione

Roma

Se c’è stato in Italia un corrispettivo di Andy Warhol, questi può essere identificato con molti distinguo in Mario Schifano. L’artista, nato negli anni trenta in Libia, ma romano d’adozione e capofila della cosiddetta seconda scuola della capitale , che a distanza di quasi 30 anni dalla scomparsa, morì nel 1998 all’età di 64 anni dopo una vita di eccessi, ha dedicata da parte della sua città la più grande retrospettiva sulle sue opere.

Ad ospitarla fino a luglio è il Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale. La cura con fine fiuto critico Daniela Lancioni e lo fa avvalendosi nel catalogo, pubblicato da Electa, di numerosi collaboratori, tra i maggiori che si sono occupati negli ultimi anni dell’opera di Schifano. Già, Schifano. Come guardare per l’appunto la sua multiforme e in ultimo bulimica opera? Nell’impaginato espositivo, snodato al piano nobile del Palazzo in sette sale e nella rotonda, si privilegia la cronologia e lo si fa partendo proprio dagli inizi che mostrano uno Schifano lontano dai suoi esiti più felici. Uno Schifano che pare aver assorbito appieno la lezione dell’informale europeo e italiano di fine anni ’50 per poi liberarsene. Fino a un certo punto. In tale selezionato “opening” paiono interessantissimi i tre “paesaggi” del biennio 1956-58 che anticipano gli “Studio” dell’anno successivo.

Da lì, il passo alla felicissima teoria dei “monocromi” di inizio anni ’60, è breve come il successo che presto gli arride. L’artista romano entra in modo dirompente nella società dell’arte e dello spettacolo di quegli anni: la relazione partita con artisti della sua stessa generazione si allargano ad amicizia con pittori più anziani (Guttuso ad esempio, ma anche il ripensare il Futurismo nelle iconiche silhouette di Marinetti & co.) e mano a mano vengono inclusi scrittori (Moravia scrive di meraviglie guardando le tele), musicisti (dai Rolling Stones, con addentellati sentimentali non di poco conto, fino alle Stelle di Mario Schifano, band che fu quasi un’estensione delle sue performance artistiche), al cinema e alla fotografia (praticati assiduamente nella realizzazioni di film e di lavori di estrema critica ai media che lo collocava vicino in un certo senso ai situazionisti. Vedi i celeberrimi “paesaggi tv”).

Nondimeno il jet-set internazionale se lo contendeva non poco. Prima della rovinosa caduta dovuta al consumo di droghe e a una vita dissoluta, in cui conobbe anche il carcere ed anche lì lasciò una testimonianza poi ritrovata di recente. Straordinario è l’interno realizzato nel ’68 per una casa romana (è collocato nella “rotonda” della mostra). La casa era quella di Gianni Agnelli, ma poi non se ne fece nulla e restarono le tre “pareti” dipinte. Gli ultimi anni furono segnati da un furore creativo che lo portò a lambire, senza seguirne gli esiti più fecondi, le ultime avanguardie italiane. Soprattutto la Transavanguardia grazie al gallerista Emilio Mazzoli e all’apporto critico di Achille Bonito-Oliva. Il suo linguaggio pittorico, infatti, restava assolutamente unico e originale, anche nella ripetizione dei soggetti.

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