Luce che illumina l’uomo e l’arte: la “lezione” di padre Dall’Asta
Padre Andrea Dall’Asta durante l’incontro ospitato allo Spazio 21 in via San Fereolo a Lodi

Luce che illumina l’uomo e l’arte: la “lezione” di padre Dall’Asta

Il direttore della Galleria San Fedele di Milano è stato ospite allo Spazio 21 di Paolo Curti

Il viaggio della luce che si compie in un istante, oppure attraversa gli immensi spazi cosmici, attraversa il tempo e la storia dell’uomo come la tensione verso un oltre che da sempre abita il cuore dell’uomo, e si declina di volta in volta nella religione, ma anche nell’arte. Andrea Dell’Asta, padre gesuita e direttore della Galleria San Fedele di Milano, ha dedicato due libri al rapporto tra la luce e trascendenza nella storia dell’arte, e ne ha parlato venerdì pomeriggio a Lodi, allo Spazio 21 di via San Fereolo.

“La Luce - Splendore del vero” e “La Luce – Colore del desiderio” partono dalle origini dell’uomo per arrivare alla contemporaneità: «Da sempre, la luce è il simbolo del divino, tanto che la radice indoeuropea della parola “dio” ha a che fare con il giorno, cioè con la luce. Il divino è ciò che irradia la sua luce senza per questo esserne diminuito» ha esordito Dall’Asta. Ha quindi introdotto il suo viaggio a partire dall’arte paleocristiana, dai mosaici in cui uno sfondo dorato illumina ogni elemento spaziale, in cui non ci sono ombre e tutto è avvolto dal divino.

«Con l’arte romanica – ha proseguito, mostrando le immagini dell’abbazia di Morimondo – c’è un primo tentativo di concepire la dialettica tra luce e ombra». Questo chiaroscuro si arricchisce di suggestioni naturali nelle cattedrali gotiche, in cui sembra che la luce filtri attraverso le fronte degli alberi di un bosco, per poi passare ai capolavori rinascimentali. «In Piero della Francesca la luce acquisice un valore trascendentale, ma crea spazi e volumi reali» ha spiegato l’autore, passando poi agli sfondati del Barocco, quindi a Canaletto, con i suoi paesaggi in cui la dimensione metafisica della luce viene meno, così come negli impressionisti. «Quella di Monet non è una luce teologica, ma fisica, e di fronte a questa luce fisica, che non è più guida per l’uomo, allora la vita umana deve ripensare il proprio senso». Ecco il passo nell’arte contemporanea, in cui l’immagine non è più contemplazione della realtà, ma emerge dalla coscienza. Dall’Asta si è soffermato sui celebri tagli di Fontana, meraviglioso esempio di come l’arte novecentesca sia riuscita a superare il concetto di rappresentazione per aprire lo spirito verso uno spazio cosmico: «Fontana invita ad andare oltre la tela per scoprire l’infinito, e la luce sembra illuminare quell’oltre».


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