“Lettere”, arte e musica

per ricordare l’amore

di monsignor Quartieri

L’incontro è fissato in un bar di piazza del Duomo: è lì, spiega Gianmaria Bellocchio, che tante volte sono nate le idee per le iniziative organizzate da lui e dagli altri soci dell’associazione, da quando, nel 1996 si formò il Comitato per le onoranze a don Luciano Quartieri con lo scopo di ricordarlo a un anno dalla scomparsa. «Io ero l’esecutore testamentario di don Luciano, ma non lo conoscevo bene dal punto di vista artistico. Per essere sincero - ricorda Bellocchio con modestia - fino ad allora avevo letto poco, avevo visto sì e no qualche mostra. Era stato proprio don Luciano ad iniziarmi alla lettura, a cominciare a parlare di filosofia a me e a un gruppo di ragazzi che si era preso a cuore. A me, per esempio, aveva fatto frequentare un corso per presentare i cineforum, ed è un’attività che ancora adesso svolgo con piacere. Insomma, sapevo della sua passione per l’arte e della sua frequentazione con gli artisti, così dopo la sua morte ho interpellato gli artisti che gli erano stati vicini per avere dei suggerimenti su come ricordarlo degnamente. È nata così la prima cartella di incisioni, che da allora è diventata una tradizione che si rinnova ogni anno e che ancora adesso serve a ringraziare coloro che aiutano l’associazione. Poi è stata pubblicata un’antologia con le testimonianze di chi aveva conosciuto don Quartieri nei vari settori della cultura di cui si era occupato. E poi, il primo evento importante, una grande mostra del pittore Mario Ottobelli». Da quel momento l’attività dell’Associazione monsignor Quartieri è decollata con una serie di iniziative, dapprima legate solo alla città di Lodi. Ma a poco a poco, dice Bellocchio, «è nata l’esigenza di allargare l’orizzonte. Il fatto che don Luciano fosse così aperto verso l’esterno ci ha indotti a questa svolta». Si creano i primi contatti con artisti importanti, attori, musicisti, incisori. È stato facile convincerli a collaborare? «Da parte mia c’è stato un lavoro paziente di preparazione: ho imparato che essere presidente di un’associazione significa dedicarci del tempo, prepararsi con cura. Ho incominciato ad appassionarmi, ad andare alle mostre, a frequentare i teatri per cercare delle occasioni e conoscere gli artisti che ritenevo interessanti. Da parte loro, magari il primo approccio è guardingo, ma quando capiscono qual è la logica che ci muove, che è la passione di fare qualcosa di bello, si dimostrano sempre molto disponibili. Specialmente gli attori, abituati a rapporti professionali piuttosto freddi, quando scoprono che da parte nostra gli viene offerto un rapporto più amichevole e l’opportunità di intraprendere un percorso di conoscenza, apprezzano molto». Ci sono degli artisti in particolare con i quali è nato qualcosa di speciale? «Per esempio penso alla conoscenza con Antonio Zanoletti, che è diventata una vera amicizia. Con lui abbiamo lavorato a diversi progetti realizzati all’Incoronata. Anche quello con Lucilla Giagnoni, una bravissima attrice che è stata nostra ospite più volte, è qualcosa di più di un contatto professionale. Altre conoscenze, che poi si sono approfondite, sono nate per puro caso: solo dopo essere andato a sentire Daniele Ornatelli che recitava in un monologo di Baricco ho scoperto che era lodigiano. Uno dei miei punti di riferimento privilegiati è il Teatro di Verdura a Milano, dove ero stato invitato da Carlo Rivolta. Frequentandolo, si entra in un circuito dove si creano talvolta contatti inaspettati e proficui». Del teatro Bellocchio parla con particolare entusiasmo: forse è il settore a quale preferisce dedicarsi: «Però - spiega - organizzo con la stessa passione anche le attività legate agli altri settori. È bello mantenere un equilibrio e cercare di far bene tutte le cose». Chi sono, e quanti sono, oggi, i soci dell’associazione? «Attualmente i soci sono circa 250. Gran parte di loro sono nuovi, nel senso che non sono persone entrate nell’associazione perché conoscevano don Luciano, ma lo hanno incontrato solo attraverso il nostro lavoro». E qui si avverte l’orgoglio di chi sente di aver seguito la strada giusta: «Se la nostra intenzione era quella di fare in modo che le cose che lui ci aveva insegnato continuassero a vivere, abbiamo centrato l’obiettivo». E da parte del pubblico che segue le vostre iniziative, che atteggiamento si percepisce? «Tanta gente si è affezionata, l’abbiamo catturata con la bellezza e la qualità delle cose che facciamo. Noi curiamo molto la promozione degli eventi, per esempio non mandiamo gli inviti via mail, ma mi piace distribuire degli inviti curati anche da punto di vista dell’eleganza formale. Ma, in più, c’è una parte di pubblico che viene anche per un passaparola, perché è sicura della qualità delle proposte». Chi sostiene economicamente le vostre iniziative? «Finora Comune e Provincia ci hanno offerto contributi, che integrano le risorse che ci vengono dalle quote associative. Quest’anno gli aiuti hanno subito dei tagli, che ci hanno costretti a ridurre la programmazione. È saltato l’appuntamento con Lucilla Giagnoni per Lodi al sole, e anche il concerto del 28 ottobre, anniversario della morte di don Luciano, che mi sarebbe piaciuto che diventasse un appuntamento fisso; quest’anno non ci siamo riusciti. Senza polemiche, ma tocca ridurre». D’altra parte, Bellocchio è contrario all’intervento di sponsor privati: «La mia impressione è che si perderebbe la nostra identità. Le nostre iniziative sono tutte gratuite, come avrebbe voluto don Luciano. Finché riusciamo a lasciare i soldi fuori dall’associazione, va tutto bene». Dunque, quali saranno le prossime iniziative? «L’attività riprende in ottobre con l’edizione di Carte d’arte, per cui quest’anno ci siamo assicurati la presenza di Livio Ceschin e di Trento Longaretti. Poi la Biennale d’arte presso la sede della Bpl, il concerto dell’Immacolata in San Francesco con il Collegium vocale di Crema in un programma mozartiano, e infine, a dicembre, la nuova cartella di incisioni».

Qual è la soddisfazione maggiore nel dirigere un’associazione come la sua? «È la soddisfazione di vedere premiata tutta la fatica della preparazione e dell’organizzazione. È come seminare con la certezza che ci sarà un buon raccolto».

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