Le forme del desiderio, la Grande Mela di Robert Mapplethorpe oltre la censura

LA MOSTRA La recensione di Fabio Francione

Milano

La voglia di censurare è sempre il fiore all’occhiello di un potere perbenista e poco attento alle infinità possibilità di lettura del reale e che nel mirino ha sempre l’arte e le sue tante pruderie, pure conformistiche. È quello che colpì nella sua prima uscita veneziana, la mostra curata da Denis Curti e dedicata a Robert Mapplethorpe, il fotografo della Grande Mela, amico di Patti Smith, di tanti artisti e rockstar, morto di Aids quasi tre decenni fa, dal titolo quanto mai “scandaloso”: Le forme del desiderio (catalogo Marsilio Arte).

Sorprendente che la censura, poi per che cosa se non per alcuni nudi maschili (talvolta l’estetica del fotografo poco coincideva con poetica e sopravvivenza alimentare) avveniva a Venezia, la città più licenziosa del mondo. Almeno una volta, peraltro ospitante già una monografia del fotografo nel 1992 (chi scrive la vide allora e a memoria oscurazioni non ce ne furono). Ora che la mostra è approdata a Palazzo Reale e che l’integrità dell’allestimento è stato ripristinato, la parte “censurata” non è che uno spicchio della magnifica visione di Mapplethorpe di una quotidianità che mescola amicizia e amore, dialoghi con l’arte del passato e del presente (dalla fascinazione michelangiolesca al rapporto con le rockstar del suo tempo): il tutto filtrato attraverso un “sentiment” ahilui maledetto. Nato come artista concettuale (poche opere, soprattutto collage, sono l’ouverture della mostra), l’affermazione come fotografo arriva presto, grazie anche al citato sodalizio d’arte e di vita (per un brevissimo periodo) con Patti Smith, cui serve le copertine dei primi leggendari dischi (Horses, Easter), prima di scivolare nell’atmosfera glamour della New York degli anni 80. Qui, l’incessante esplorazione di corpi femminili e maschili (c’entra anche il bodybuilding se pensiamo che a subire negli stessi anni tale attrattiva la ebbe anche il neurologo e scrittore Oliver Sacks) occupa uno spicchio generoso della mostra. Mentre, interessantissima è la sezione “Flowers” che, in un certo senso, però preso alla larga, anticipa molte ricerche d’oggi che richiamano a una coscienza ambientalista che considera tutti gli esseri viventi parti di un tutt’uno con il mondo.

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