L’abilità di Koyo Kouoh riporta le opere al centro
DIARI VENEZIANI/4 A cura di Fabio Francione
Spente nello spazio di un istante polemiche e proteste che però prenderanno altre strade pacifiche. Ciò di sicuro anche ascoltando il discorso di Buttafuoco che può piacere o meno, ma un inedito indirizzo verso la parola da dare finalmente all’arte lo indica.
Infatti, ora e fino al 22 novembre, giorno di chiusura della Biennale, a parlare devono essere solo le opere e, nel caso specifico, prende ancor più consistenza il progetto ahilei postumo di Koyo Kouoh: In minor keys.
Passeggiando nel labirinto ristrutturato del padiglione centrale e per il serpentone dei vani dell”Arsenale ci si accorge di come la curatela della critica africana sembri rendere da un lato una specie di risarcimento più a un continente che a ogni singolo artista.
L’ispirazione, ancora non a caso, le è arrivata da alcuni autori e libri che rappresentano quei paesi in più sulla cartina geografica. Citare solo Cent’anni di solitudine di Marquez dà senso e sostanza all’idea chiave della curatela.
Insieme all’invito più che suggerito di visitare e comprendere il lavoro degli artisti attraverso un modo di vedere le cose con lentezza, rallentando le velocità imposte dalla contemporaneità. Un sentire alternativo che in questi giorni pare apprezzato da un pubblico più attento di quanto sembri.
Detto questo anche l’assenza degli artisti di casa nostra passa in secondo piano. Anche perché il padiglione Italia di Chiara Camoni sembra sintonizzarsi pienamente nell’idea Kouoh.
© RIPRODUZIONE RISERVATA