La vita, la casa e una comunità: perché nessuno si salva da solo
Clare Dunne in una scena di “La vita che verrà”: l’attrice è anche autrice della sceneggiatura

La vita, la casa e una comunità: perché nessuno si salva da solo

Il film di Phillyda Lloyd è semplice e necessario come le cose che racconta

La casa, come insegna la moderna nomade Fran di Chloé Zhao, è quella che ti protegge quando hai freddo e sei da sola, sperduta nel deserto o in riva all’oceano e tutto il mondo sembra essere distante. La casa è quella che serve a Sandra per fuggire da un marito violento, per crescere le sue due figlie, per guadagnarsi un posto in questa società. Una casa da costruire, mentre si ri-costruisce la propria vita, pezzo per pezzo, legno su legno, martellata dopo martellata con fatica e sangue e sudore e calli alle mani.

Nessuno si salva da solo: c’è una parola nel vocabolario irlandese che indica questa cosa. “Methal” è il termine svelato sul finale da uno dei protagonisti, utilizzato per spiegare quando le persone si uniscono per realizzare un progetto comune e darsi reciproco aiuto. Spiega il significato nobile (e un po’ perduto, ma mai così attuale) dell’essere una comunità, un gruppo, ed è la parola che riassume l’intero film di Phillyda Lloyd, tornata dietro la macchina da presa con una storia potente e semplice allo stesso tempo. Alla base c’è una sceneggiatura scritta dall’attrice Clare Dunne che poi ne è diventata anche la protagonista, e la cosa si percepisce in ogni singola inquadratura, in ogni respiro della vicenda di Sandra, madre che trova finalmente il coraggio di fuggire da un marito violento, portando con sé le figlie piccole. Intorno a lei una società che invece di aiutarla le mette spesso i bastoni tra le ruote, un’assistenza sociale che si limita a darle un alloggio in un hotel e le chiede di attendere i tempi della burocrazia, e una comunità improvvisata e un po’ irregolare che si rivela la boa di salvataggio a cui aggrapparsi per non andare alla deriva.

Nessuno si salva da solo: con un occhio a Ken Loach e alle dinamiche del suo cinema rigoroso ed essenziale “La vita che verrà” è un esempio di come si deve maneggiare in un racconto (in questo caso cinematografico) un tema complesso che potrebbe diventare scivoloso da un momento all’altro. È la dimostrazione che la semplicità paga sempre e fa scongiurare cadute nella retorica e nello stereotipo. La semplicità, nella regia, nella scrittura, nelle interpretazioni e prima ancora nella caratterizzazione dei personaggi, permette a Phillyda Lloyd di mettere (paradossalmente) molta carne al fuoco, e di sorprendere senza far diventare mai il suo film quello che “dovrebbe” essere. Non un film a tesi sull’inadempienza dell’assistenza sociale, non la cronaca di una relazione familiare tossica che finisce in tribunale, non una storia di rivincita al femminile. Per diventare tutte queste cose insieme, una volta che a riunirle arriva quella parola: methal. “La vita che verrà” si è trasformato nel frattempo in un film corale che prediligendo i mezzi toni e fuggendo dalle scene madri ha saputo regalare emozioni forti e intime. Provate ad ogni pezzetto aggiunto alla casa di Sandra, mentre la comunità di amici sotto i nostri occhi ha cementato la sua unione. Cantando i versi di una vecchia ballata o danzando sulle note di una canzone che sa di speranza.

La vita che verrà

Regia Phillda Lloyd

Con Clare Dunne, Harriet Walter


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