La mia leva militare con Napolitano

Non passa giorno senza che i giornali, la radio e la televisione non ci raccontino cosa ha detto o fatto il Presidente della Repubblica, così ho deciso di raccontarle anch’io come fu che, molti anni fa, salvai la pelle grazie a Giorgio Napolitano.

Andiamo quindi indietro nel tempo, al 1952. Il 31 luglio di quell’anno mi laureai al Politecnico di Milano ed a metà settembre dovetti partire per il servizio militare. Già allora avevo una discreta antipatia per una repubblica che tollerava la classe politica dell’epoca (rispetto a quelli che abbiamo adesso, i politici di allora erano comunque dei campioni di onestà e correttezza ben lontani dalla banda di gentiluomini che imperversa oggi).

Comunque, se avessi fatto il corso ufficiali avrei poi dovuto, all’atto della nomina a sottotenente, firmare una dichiarazione di fedeltà alla Repubblica Italiana, ed io proprio non me la sentivo. Cosi scelsi di fare il soldato semplice, perché i soldati non devono sottoscrivere nessun documento di fedeltà: vengono radunati nel cortile della caserma, un ufficiale legge il giuramento e poi urla: “Lo giurate voi?”. A quel punto basta tenere la bocca chiusa ed il problema è risolto. Così fui mandato al C.A.R. (Centro Addestramento Reclute) di Bari. Passare dalla vita che facevo in famiglia all’ambiente del C.A.R. fa uno shock paragonabile forse a quello che provavano gli ebrei quando arrivavano ad Auschwitz: per fortuna a Bari non c’erano le camere a gas, ma per il resto non c’era poi una gran differenza.

Mattiello e Napolitano

Feci subito amicizia con un mio compagno di sventura, che si chiamava Riccardo Napolitano ed era il fratello minore dell’attuale presidente della Repubblica: Riccardo diventò poi un bravo regista cinematografico di documentari e morì purtroppo parecchi anni fa. Era una persona molto educata e per bene, di una simpatia unica e molto spesso ci intrattenevamo a parlare dell’esperienza allucinante che stavamo vivendo.

Nonostante venisse da una famiglia della Napoli bene (anzi benissimo), Riccardo era di idee molto di sinistra ma, per una tacita intesa tra di noi, non parlavamo mai di politica e così andavamo perfettamente d’accordo.

Dopo qualche giorno che eravamo arrivati scoppiò una epidemia di tifo. Non ci si deve assolutamente stupire: tanto per spiegare come stavano le cose, pensate che per lavare i piatti, dopo i pasti ci dovevamo affollare attorno a delle fontane poste in un cortile, da cui sgorgava ovviamente solo acqua fredda, e dovevamo prendere la terra per sfregare i piatti e togliere il grasso: l’unico guaio era che la terra che utilizzavamo era lì da quando il campo era stato aperto, era grassa ed oleosa ed impregnata da tutti gli avanzi di cibo e da tutti i germi ed i microbi lasciati dai soldati che ci avevano preceduto negli anni, per cui quando uno cercava di pulire i piatti, questi gli volavano via dalle mani tanto erano unti e scivolosi.

Eravamo naturalmente tutti preoccupati per l’epidemia ed una sera il colonnello che comandava il campo arrivò nel cortile principale accompagnato dalla banda musicale, che suonava delle marcette per sollevarci il morale, ma la cosa serviva poco. Molti soldati si erano raccolti attorno al colonnello, ed anch’io mi avvicinai. Poi, convinto che i militari ragionino come noi (pensate come sono cretino), gli dissi: “Scusi, signor colonnello, ma non ci dobbiamo meravigliare se scoppia una epidemia di tifo. Guardi che noi puliamo i gabinetti con gli stessi stracci con cui puliamo i tavoli del refettorio”. Non so se avete mai visto i gabinetti di una caserma, ma mi permetto di dire che al confronto, i letamai che si vedono vicino alle nostre cascine, sono un esempio di pulizia e di igiene.

Il risultato del mio intervento fu “Sette giorni di consegna, perché riferiva cose non rispondenti a verità”: così suonava la indubbiamente meritatissima punizione. La punizione di “consegna” consiste nel non poter uscire in “libera uscita” alla sera, ma in quel periodo nessuno poteva uscire dal campo. Infatti, per paura che raccontassimo all’esterno quel che stava succedendo, erano state vietate tutte le uscite serali di libera uscita.

Qualcuno però riuscì a comunicare con l’esterno perché dopo qualche giorno dall’inizio dell’epidemia, “L’Unità” ne parlò, mandando in bestia gli ufficiali responsabili del campo ma, nonostante tutte le ricerche, non si seppe mai chi era stato il colpevole. Così, non mi si poteva punire privandomi della libera uscita, dato che tutti ne erano già privi, ma bisognava pur trovare il modo per punirmi.

Quindi alla sera, dopo la cena, fui mandato nelle cucine per pelare le patate: non so se vi è mai capitato, ma vi assicuro che trovarsi davanti una piramide di patate da pelare alta più di un metro, fa un certo effetto. Purtroppo al Politecnico mi avevano insegnato l’analisi infinitesimale, la scienza delle costruzioni e la meccanica razionale, ma nessuno mi aveva insegnato come si pelano le patate (questa è indubbiamente una grave lacuna del nostro insegnamento universitario e spiega anche perché i nostri laureati faticano tanto a trovare un lavoro) e così, alla terza patata, mi feci un profondo taglio al pollice destro (se ci vediamo vi faccio vedere la cicatrice che io mostro sempre con orgoglio chiamandola “ferita di guerra”, e vi dirò anche che non riesco a capire perché lo Stato non mi abbia dato una pensione per “ferita riportata in servizio”, danno la pensione ai falsi ciechi e ai falsi invalidi, non capisco perché a me non hanno dato niente).

A quel punto mi sentii perduto, la ferita era profonda ed il sangue usciva abbondante: pensai subito che i microbi del tifo non aspettassero altro per penetrare nel mio corpo da quella ferita e spedirmi al Creatore.

Chiesi il permesso per andare in infermeria, cosa che mi fu ovviamente subito concessa. Arrivato in infermeria chiesi un cerotto, ma eravamo alla fine del mese, i cerotti erano esauriti, e le procedure dicevano che bisognava aspettare l’inizio di ottobre per avere i nuovi rifornimenti: lo stesso discorso valeva anche per la garza e le bende (non sto scherzando, sto raccontando una storia vera, se queste cose accadevano in tempo di pace, pensate cosa sarà successo durante la guerra). Sempre terrorizzato dai microbi del tifo che non vedevano l’ora di arrivare al mio pollice disastrato, presi l’unica decisione possibile: andai allo spaccio, comperai un preservativo e me lo infilai sul dito, così i microbi del tifo non potevano più entrare.

Da quel giorno, sino a quando la ferita non si fu rimarginata giravo per il campo con il preservativo a penzoloni dal pollice, con tutti i miei amici che ridevano e sghignazzavano a crepapelle e con gli ufficiali che erano lividi per il nervoso e per la rabbia.

Non so come, Riccardo Napolitano riuscì a contattare suo fratello, e così un bel giorno Giorgio Napolitano venne a Bari a vedere cosa succedeva. Non era ancora parlamentare, fu eletto in parlamento l’anno successivo, ma era però già un funzionario molto importante del Partito comunista di Napoli: fu così che poté venire messo al corrente di quanto stava succedendo.

La visita ebbe un risultato indubbiamente molto importante, dal giorno successivo alla sua visita furono distribuiti stracci di tipo diverso per la pulizia dei gabinetti e per la pulizia dei tavoli del refettorio e così, un poco alla volta, l’epidemia cessò.

Quindi, è grazie a Giorgio Napolitano, se sono ancora vivo e oggi sono qui a raccontarvi questa storia allucinante.

Per il godimento dei lettori, allego una fotografia dell’epoca. I due soldati al centro indicati con le frecce siamo Riccardo ed io: visto il terrore che emaniamo, non capisco perché non ci abbiano mandato subito in Afghanistan, i talebani sarebbero già scomparsi.

Mi sono talmente divertito a scrivere questa lettera che adesso ne mando una copia a Giorgio Napolitano: dato che ha l’espressione sempre triste (e chi se la sente di ridere con quel che ci capita addosso ogni giorno?), spero di strappargli almeno un sorriso: e poi sono sicuro che gli farà piacere vedere le foto di suo fratello.

E mi raccomando, state attenti se dovete pelare le patate.

© RIPRODUZIONE RISERVATA