La Genesi e l’inizio di tutto

Ferruccio Filippazzi, unico attore in scena, nel suo monologo ha stregato il pubblico anche grazie all’accompagnamento del violoncello di Walter Prati

Beresheit, «in principio»: la prima parola della Torah, che dà il nome ebraico al libro che, nella Bibbia cristiana, chiamiamo Genesi. L’inizio di tutto, le prime parole di Dio, che strappò il mondo dal nulla iniziando a dare i nomi ai cieli e alla terra, al giorno e alla notte, all’uomo.

Genesi Beresheit è appunto il titolo dello spettacolo portato in scena da Ferruccio Filippazzi nel chiostro di palazzo San Cristoforo, sabato sera, all’interno del cartellone della rassegna “Ultreya”. L’attore ha riletto i primi passi della Torah, in cui «Dio chiama, e fa essere» e, diretto dalla regista Piera Rossi, ha tentato di spiegare il senso del linguaggio, della parola, di quel «Verbum» che diventerà incipit del vangelo di Giovanni. Si è parlato di un Dio che si sentiva solo, e per questo ha creato il mondo mischiando sapientemente giustizia e amore; si è parlato di di filosofia, di Dio ma soprattutto di uomini, scandagliando le emozioni profonde dei patriarchi, leggendone i comportamenti per trovare una chiave interpretativa non solo al racconto biblico, ma soprattutto ai dubbi dell’umanità. «Quando mangiarono la mela, Adamo ed Eva si sentirono nudi, forse per timore di essere stati abbandonati da Dio - ha detto, ad esempio, Filippazzi -, ma Egli li riveste di una tunica, per far capire loro che l’alleanza prosegue». Speranza e tristezza, paura e meraviglia: lo spettacolo, tratto dal libro Io ti domando di Giusi Quarenghi, si interroga su temi elevatissimi senza mai essere banale né troppo difficile. L’unico attore in scena, nel suo monologo, è riuscito a stregare il pubblico, accompagnato dal violoncello ispirato di Walter Prati. Sullo sfondo, un’originale proiezione di disegni tracciati sulla sabbia da Massimo Ottoni, che di volta in volta cancellano e riscrivono le storie bibliche, dall’albero della conoscenza del bene e del male alle vicende di Abele e Caino. Poco più di un’ora in cui il pubblico è stato proiettato in una dimensione diversa, quella del trascendente, e poi ributtato tra gli uomini, per vivere i dubbi di Caino o quelli di Noè sull’arca, e infine per ripercorrere l’empia ascesa dell’uomo che, costruendo la torre di Babele, cerca di emulare Dio. Molto interessante, infine, la riflessione sul sabato, giornata del riposo di Dio al termine della creazione: «Il sabato, lo Shabbat, è il riconoscimento dell’origine divina dell’uomo, della sua somiglianza con il creatore. Celebrare il sabato è segno del divino nell’uomo, che in questo modo esprime la propria libertà».

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