La caccia ai fantasmi dell’America

È tutta una questione tempo, di minuti. Solo un contare: che può essere lungo come anni o breve come istanti impercettibili. Interminabile come gli anni di caccia, dieci, che ci sono voluti per arrivare a scovare Osama Bin Laden, dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Che diventano poi solo due prima di arrivare al primo film che racconta questo episodio centrale della storia americana. Solo una questione di tempo: Zero Dark Thirty “trenta minuti dopo la mezzanotte”, quel momento avvolto nel buio che consente di attaccare “senza farsi vedere”. È appeso a questi numeri, allo scandire dei giorni e dei minuti il film di Kathryn Bigelow che per primo sceglie di portare sullo schermo la storia della cattura del numero uno di al Qaeda, quando ancora non sono passati ventiquattro mesi dalla sua uccisione. E forse manca proprio la giusta distanza a questo film, importante e tecnicamente ineccepibile, per considerarsi anche completo e “definitivo”, l’opera necessaria per spiegare questo snodo centrale della nostra epoca.

La regista, in coppia con lo sceneggiatore Mark Boal (che già aveva scritto The Hurt Locker), sceglie una prospettiva molto ravvicinata per raccontare i fatti, si affida al personaggio di Maya (Jessica Chastain) una giovane agente della Cia inviata in “prima linea”, per seguire in maniera minuziosa la lunga fase della ricerca dello sceicco terrorista, concentrandosi sulla missione finale del 2 maggio 2011 solo negli ultimi venti minuti mozzafiato della pellicola. Questione di tempo e di distanze, appunto.

Prima c’è la caccia all’uomo, l’ossessione dell’agente Maya che appena sbarcata dall’aereo militare in Afghanistan si trova in una “prigione segreta” della Cia dove il suo superiore sta interrogando e torturando un prigioniero. Negli Stati Uniti si è scatenato un dibattito feroce per queste scene, criticate per la loro durezza ma anche perché, ha sostenuto qualcuno, hanno sdoganato i metodi utilizzati (il cosiddetto waterboarding e le umiliazioni fisiche e psicologiche) senza dare un giudizio di merito o di condanna. Ma la scelta della regista ha anche il valore diametralmente opposto: inquadrare da subito la parte peggiore, la faccia oscura della guerra e della sua nazione, con le torture e tutto il resto, non per sdoganarle ma per stabilire un contatto con la verità dei fatti che il film cercherà poi di conservare. Il giudizio poi esiste, nascosto nelle immagini, scorrendo la pellicola sino al termine, ma è soprattutto il pubblico a doverlo dare, a dover costruire un’opinione propria, anche grazie alle immagini di questo film. Che è senz’altro più importante per le domande che pone che non per le risposte (che non dà).

Zero Dark Thirty è questo, un film con poche sfumature, diretto da una regista che separa con la consueta regia virile il bianco e il nero, il bene dal male. Interessante, in questo senso, la scelta di una storia al femminile, di una donna come personaggio centrale, immersa comunque in un universo totalmente (o quasi) maschile. Non è un film politico né di denuncia, non approfondisce le linee nascoste della storia, i complessi rapporti tra i governi, tra Pakistan e Afghanistan ad esempio, mentre accenna solamente al passaggio di consegne tra l’amministrazione Bush e quella Obama, suggerendo il cambio di rotta imposto da questo dopo gli scandali di Abu Ghraib.

Non è questo che interessa la Bigelow che è regista “d’azione”, anche se sceglie di confinare questa negli ultimi minuti del film. Quelli di una sequenza magistrale, cruda ed emozionante, spietata e realistica per quanto rimane distante da tanto cinema militaresco “celebrativo”. Ma che resta quasi un’appendice (per quanto necessaria). Allora al centro resta lei, Maya, che diventa lo specchio di un Paese e di una nazione intera, che si trasforma e dimagrisce, si incattivisce, mano a mano che passano gli anni e che i tentativi di catturare Bin Laden vanno a vuoto. Maya che dopo un po’, negli interrogatori, inizia ad utilizzare le stesse parole, le stesse minacce del suo superiore che nel frattempo ha fatto carriera a Washington. Zero Dark Thirty, quei trenta minuti nel buio, racconta la sua crescita e il suo “consumarsi” nella missione e nella ricerca di vendetta, la sua ossessione e la parte “oscura” di una guerra nascosta durata dieci anni. Che al termine, in questo film, resta però con un “nemico” senza volto, con i fondamentalisti costantemente avvolti in un cono d’ombra che impedisce di rivelarne non diciamo la personalità ma nemmeno l’odio, l’incondizionata ferocia. Al Qaeda rimane un mistero per gli spettatori e per la Bigelow, che evidentemente non è su questo che voleva soffermarsi. Il suo interesse è tutto su Maya, sull’ossessione sua e dell’America intera legata a un’interminabile caccia a un fantasma, che non è solo quello di Bin Laden, come forse si scoprirà nell’inquadratura finale.

PRIMA VISIONE - È tutta una questione tempo, di minuti. Solo un contare: che può essere lungo come anni o breve come istanti impercettibili. Solo una questione di tempo: Zero Dark Thirty ...


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