Jannacci il “lodigiano”: tra pendolari, parole e note

Quello che andava a Rogoredo a cercare «i suoi danée» ci avrebbe messo mezz’ora per arrivare alla stazione di Lodi. E magari, all’epoca, ci avrebbe pure trovato un impiegato dal «cuore urgente», come il suo Giovanni telegrafista che tagliava «fiori, preposizioni, per essere più breve nella necessità». Il mondo raccontato da Enzo Jannacci, quello degli ultimi, degli esclusi, dei barboni in scarpe da tennis, era uno specchio ben noto anche ai lodigiani, in particolare ai tanti pendolari che ogni giorno vivevano una Milano più romantica, più sincera e più viva di quella attuale. Anche per questo tutte le volte che il dottore è venuto a suonare dalle nostre parti ha sempre fatto il pienone. Questioni linguistiche - il dialetto milanese non si discosta poi molto dal lodigiano - ma soprattutto d’identità culturale, anche se negli ultimi anni Jannacci non si riconosceva più nella sua Milano.

«La vostra è una terra bellissima e trovo che Lodi sia una provincia molto importante. Da voi la gente è molto più ricettiva e sensibile che nelle città. Sono un milanese “doc”, ma con i tempi che corrono avrei preferito essere nato in Australia», disse nel luglio 2003, in occasione della sua esibizione sul palco di Villa Biancardi a Zorlesco. Nello stesso anno, a maggio, il cantautore fu ospite del Festival lodigiano dedicato ai sette vizi capitali, nella circostanza per parlare di ira sotto il palatenda allestito in piazza della Vittoria.

In città Jannacci aveva suonato anche quattro anni prima, nel 1999, sul palco del Teatro alle Vigne. Il «maestro esimio», come lo definì una volta l’amico Paolo Rossi durante uno strepitoso duetto sulle note di Ho visto un re, presentò lo spettacolo È stato tutto inutile, in cui aveva un ruolo fondamentale il figlio Paolo, apprezzatissimo polistrumentista che negli ultimi tempi ha collaborato gomito a gomito con il celebre padre. «Dico che se la mia generazione avesse perso del tutto, Gaber non avrebbe avuto una figlia splendida come Dalia e io Paolo, un ragazzo con una grande sensibilità e una notevole preparazione», raccontò Jannacci al «Cittadino», sempre nel 2003. Un concetto ribadito quattro anni dopo, quando l’autore di Vengo anch’io, no tu no suonò sulla ribalta dell’auditorium Bipielle: «Mio figlio è un talento. È come Bertoldo, sa fare tutto». Lo constatarono poi di persona i tanti spettatori che assistettero a quel concerto memorabile, aperto da un monologo surreale e “incomprensibile”, e poi proseguito con le pietre miliari di una produzione sterminata, grazie anche al contributo fondamentale di fuoriclasse dell’ironia come Dario Fo e Beppe Viola. Con Viola, Jannacci scrisse anche Io e te, canzone del 1975, la storia di due ragazzi senza futuro. Come oggi: «Qui lavoro non ce n’è, l’avvenire è un buco nero». Saranno tantissimi quelli che oggi saluteranno il “geniaccio”: i funerali sono in programma oggi alle 14.45 presso la basilica di Sant’Ambrogio. Jannacci sarà poi sepolto nel Famedio, il posto in cui riposano tutti coloro che hanno reso grande Milano.

Fabio Ravera

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