Il volo da Oscar di “Birdman”, tra palco e realtà

Di cosa parliamo quando parliamo di… fama e successo. Gioca con le citazioni Alejandro González Iñárritu mentre parafrasando Raymond Carver mette in scena Birdman, un’amara e divertentissima riflessione sul mestiere dell’attore e sul cinema che, allargando lo sguardo, si apre alla realtà tutta intera. Nell’epoca della Rete e dei social che “spiano” e rilanciano ogni cosa.

Finzione e verità si mescolano di continuo nel film come nella vita del protagonista Riggan Thompson, un attore in caduta libera dopo esser stato una star planetaria nascosto nel costume da uccello in una serie di supereroi, che nell’età della maturità tenta il rilancio in teatro per affrancarsi da una vita vissuta indossando una maschera. Resiste da anni alla tentazione di girare il quarto episodio della fortunatissima saga tanto attesa dai fan per cullare l’ambizione d’essere un attore, un uomo, vero. Al suo fianco ha una ex moglie comprensiva, una figlia problematica ma mai banale, dei compagni di palcoscenico da arginare per i loro eccessi. E soprattutto un “doppio”, una sorta di coscienza con un costume di lycra e con le ali, con cui fare i conti di continuo: a lui, al suo se stesso diventato celebre, deve rendere conto ora che sta tentando di uscire dal tendone del circo in cui si è ficcato, «un mondo che inventa sempre nuove schifezze per cui il pubblico poi fa la fila alla cassa».

Inarritu non risparmia nessuno passando nei corridoi, nel retropalco, dentro i camerini senza “staccare” mai la macchina da presa, in un infinito piano sequenza che gli consente di mantenere l’unità di tempo nei tre giorni che precedono la “prima” dello spettacolo. Prende di mira critici e attori, stelle del cinema costrette a replicare se stesse in ruoli sbagliati e impresari che tentano di approfittarsene (in realtà il piano sequenza non è unico, ma i pochi “tagli” di montaggio sono quasi invisibili e l’effetto è straniante e a tratti toglie il fiato). Il cinema di genere, gli sceneggiatori senza idee, la Rete e il pubblico che non sa distinguere tra talento e successo. Le star che, senza rendersene conto, «diventano solo una risposta alle domande del Trivial». Tutto così finto, qui sulla scena come nella vita, che alla fine riesce a diventare reale.

È davvero un grande film Birdman, a tratti anche sorprendente, un lungo piano sequenza (qualche volta un po’ narcisista) che si muove al ritmo di un assolo di jazz e si distingue soprattutto per la robusta dose di ironia che conserva. La metafora della stella del cinema commerciale che tenta il rilancio recitando Carver a Broadway, contiene un’infinità di sottotesti e si presta ad altrettante letture. Fama o talento, celebrità o bravura: nella storia di Riggan-Birdman sono in tanti costretti a specchiarsi e, alla fine, è anche il pubblico che deve guardare se stesso sullo schermo.

Così vanno in cortocircuito ed esplodono magnificamente i personaggi e gli interpreti che all’improvviso iniziano quasi a recitare se stessi, divi che nella realtà hanno raccolto successi con un costume addosso (quello di Batman per Michael Keaton, al fianco di Spiderman Emma Stone, oltre “all’incredibile Hulk” di Ed Norton). Inarritu, senza lo sceneggiatore di fiducia Arriaga, dimostra di avere autonomia e talento a sufficienza per “ballare da solo”, e contemporaneamente fa incetta di nomination all’Oscar (ben 9, con tutte le categorie più importanti da miglior film e miglior regia, fino alla sceneggiatura). “Nominati” dall’Academy sono anche gli interpreti che diventano autentico valore aggiunto e, nel caso di Michael Keaton, con grande autoironia strappano anche il ruolo della vita.

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