Il secondo album dei Sintonia Distorta

Il secondo album dei Sintonia Distorta

A cinque anni di distanza da Frammenti d’incanto esce A piedi nudi sull’arcobaleno

Tornano i Sintonia Distorta, “eccellenza” lodigiana nel rock progressivo, quello che gli italiani sanno fare bene, visto che siamo una nazione con la testa nella canzone e nel folk (o anche nella lirica) e le gambe che vanno a rock. “A piedi nudi sull’arcobaleno” (Lizard records 2020) segue di cinque anni “Frammenti d’incanto” e ne definisce gli sviluppi: i Sintonia si collocano in uno di quei terreni di rock “colto”, se si può usare il termine, che fanno la felicità di chi nella musica cerca qualcosa di più dell’intrattenimento. Alle domande risponde Simone Pesatori (voce), che insieme a Gianpiero Manenti (tastiere, voce), Claudio Marchiori (chitarra), Marco Miceli (flauto, sax), Giovanni Zeffiro (batteria, voce), costituisce l’attuale organico del gruppo. Un organico che, leggendo con attenzione i credits del disco, si arricchisce di collaborazioni importanti: Roberto Tiranti (ex Labyrinth), Luca Colombo (chitarrista per un circo musicale vastissimo, da Eros Ramazzotti a Phil Collins); Paolo Viani (ex Black Jester, ora negli americani epic metallers Warlord), infine i Musici Cantori di Milano diretti dal maestro Mauro Penacca.

Sbaglio a dire che questo è un disco prog-metal, mentre il precedente era metal-prog? «Proprio no! “Frammenti” si collocava ancora un po’ troppo a metà strada tra un certo hard’n heavy e il rock progressivo. La scelta di coinvolgere un importante produttore artistico quale il musicista genovese Fabio Zuffanti, tra i personaggi di maggior spicco in ambito “prog”, nonché l’innesto di un (validissimo) flautista/saxofonista come Marco, avevano proprio l’obiettivo di virare il sound verso il progressive di stampo settantiano, non senza, ovviamente, mantenere la nostra identità e dare al tutto una certa modernità».

Quando si suona in età “senior” spesso ci si accorge che le influenze giovanili restano, ma solo a livello compositivo. Se poi si va a vedere, sullo stereo o sul cellulare gira tutt’altro. Voi attualmente che gusti avete? «Ascoltiamo musica anche molto diversa tra di noi e credo che questo in qualche modo si rifletta nella predetta nostra identità espressiva. Si passa dai Pink Floyd e Jehtro Tull, agli Osanna e ai Nomadi, fino ad Iron Maiden ed Ac/Dc, passando per cantautori italiani pop. Fino ad arrivare, per alcuni di noi, ad un certo punk irlandese ibrido fra cornamuse e chitarre elettriche».

Si è fatto, secondo me abbastanza a ragione, un nome per trovare un antecedente alla vostra proposta: il Biglietto per l’Inferno, la mitica band anni Settanta guidata dal poi frate cappuccino Claudio Canali. «Così hanno detto: gli eredi del Biglietto per l’Inferno. Cosa che ci ha al tempo stesso onorato e quasi un po’ spaventato visto il mito cult di cui gode la band di Canali. Comunque fin dal primo nostro vero disco, “Frammenti”, ci è sempre stata riconosciuta un’identità personale forte. Tutti i brani nascono dal vissuto quotidiano, dall’elaborazione personale di ciò che ci circonda. I testi li scrivo io con alcune incursioni di Giampiero). “Solo un sogno” è una sorta di critica agli ideali moderni e un invito a tornare ad ascoltare il proprio cuore. “A piedi nudi sull’Arcobaleno” tratta - senza però voler giudicare ma offrendo un messaggio di speranza - la tematica della violenza sulle donne. In “Alibi” si critica invece l’essere così “a due facce” da parte dell’uomo, un comportamento che accompagna ogni epoca. “Sabri” è una dedica struggente ad un’amica scomparsa troppo prematuramente ma che nella sua breve vita è stata davvero un esempio per tutti noi! Ne “La rivincita di Orfeo” invece si utilizza, metaforicamente, la storia mitologica di Orfeo ed Euridice, come un invito a sconfiggere i propri fantasmi guardandoli dritti in volto una volta per tutte».

Siete diventati “grandi” come musicisti, o dovete ancora crescere? «Si è sicuramente maturati rispetto agli inizi, ma un punto di arrivo, per noi, non esisterà mai... In questo senso non ci stancheremo mai!».


© RIPRODUZIONE RISERVATA