Il sacro e l’arte, piantati nuovi “semi”

Presenti il “patron” monsignor Franco Anelli, neo-rettore del Seminario Vescovile di Lodi, il curatore e organizzatore Amedeo Anelli, direttore della rivista «Kamen’» e il poeta Guido Oldani, vicepresidente della Permanente di Milano, si è inaugurata sabato sera a Casale la nona edizione della mostra di arte sacra contemporanea Semina Verbi.

L’ esposizione, vero clou delle iniziative culturali per la festa di San Bartolomeo, come per gli anni precedenti può essere osservata da punti di vista assai diversi: idee, intenti, poetiche, ricerche, pulsioni.. Oppure per come i ventidue artisti si distinguono e misurano tra loro: la qualità e l’originalità delle opere, i procedimenti, i materiali, il livello delle sperimentazioni, tutto ciò insomma che è pertinente (o può attenere) all’articolazione dei metodi operativi e alle tecniche a cui gli artisti si sono uniformati nei rispettivi percorsi legati al quadro o al manufatto plastico. In sunto a materiali, ricerche e procedure che pur senza avere magari un ruolo protagonistico o inusuale hanno tuttavia ruolo, s’impongono per una forma, un segno, un messaggio. Indipendentemente dal tema sacro o cosiddetto tale, una mostra è sempre e comunque una rappresentazione, lo specchio di percezioni e dinamiche; assembla espositivamente esperienze, processi, linguaggi, sensibilità; testimonia le intenzioni degli artista; riflette il rapporto arte-vita con cui un insieme di operatori traducono comportamenti, situazioni, evocazioni. Ebbene questa edizione di Semina Verbi può essere considerata convincente: perché ben organizzata, ben allestita, affidata alla provocante testimonianza di ciò che propone. Compatta, coerente, connette un gran numero di opere che affrontano aspetti religiosi e della spiritualità. Il visitatore può trovarvi la tradizione (figurativa) e l’irrequietezza (della materia); il gesto simbolico e quello mistico e quello del mestiere, pensato e affidato alla manualità artigianale. Centrano, in particolare, i lavori di Francesco Borsotti e di Franco De Bernardi, il primo autore di un collage di forte tenuta intellettuale e di chiara determinazione polemica contro le tante forme di iconoclastia (distruzione e sovversione delle immagini) che dominano nell’arte attuale; il secondo, capace di richiamare il fruitore sull’uso peculiare della materia, che amplifica su vetro risonanze di forma e luce, svincolandole dalle categorie di genere che privilegiano l’apparenza. All’ossessione iconoclasta Borsotti contrappone la scelta centrale della razionalizzazione e della fiducia nell’immagine, quasi a prefigurare una nuova stagione del simbolico e dell’iconico in grado di confermare certezze e legittimare nuove stazioni o capilinea nel Cristo risorto e nell’economia di salvezza.

Nei suoi due lavori (una pittura su vetro e il libro d’artista Pianet), De Bernardi trasmette magnetismi e simbologie; conferma congiunzioni con la filosofia, la poesia, la psicologia, ecc., fa cogliere, quanto in essi è frutto di energia, di invenzione, di fervore interiore. Interessanti anche i lavori di Giacomo Bassi, cantore dell’epica contadina, e quelli di Giulio Sommariva, dedicati ai peccati capitali, due interpretazioni in cui la carica logica e costruttiva delineano una visione e una tesi etico morale. Quattro i fotografi in campo: Riccardo Valle punta sulla luce, sull’impatto visivo con grande attenzione al quadro compositivo, recuperando processi d’invenzione in chiave personale; Mario Corini propone anche lui due lavori collegati al procedimento, ottenendo riferimenti densi di impressioni e significati; Angelo Tomassini propone Angeli, in cui la referenzialità propria della fotografia si disarticola in una sfuggente ambiguità percettiva; Emiliano Rizzotto instaura una rapporto percettivo diverso, affidato anch’esso alla duttilità del procedimento digitale. Efficace e persuasiva l’arte materica di Pierluigi Montico, autore che unifica figurativamente un momento di vita quotidiana e un momento di aniconismo materico, mentre in un secondo lavoro mette praticamente insieme un po’ di avanguardia e un po’ di pop e di arte povera.

Riconduce alla rivendicazione poetica di scegliere oggetti diversi, di riattarli ed esporli a mo’ di racconto in una bacheca, l’installazione di Andrea Cesari. L’opera sembra svelare un senso di cerimoniale apotropaico, una sorta di esorcizzazione posta sotto il simbolo del triangolo (della perfezione), contro i disagi ecologici del secolo. Sontuosa e raffinata nella scelta delle forme e nell’attribuzione di metafore l’opera di Margherita Argentiero che sottolinea che ogni forma e materiale usati con intelligenza e gusto riscattano in linguaggio artistico entità anche degradate. Ai poeti lodigiani che si sono occupati di sacro (Ada Negri, Guido Oldani, Sandro Boccardi, Amedeo Anelli) dedica quattro composizioni verbo visuali Gino Gini, mentre Fernanda Fedi dedica una sua tavola alla sacralità della scrittura. In rassegna sono poi due antropologici “totem” di Danila Vito, un’opera di realismo fortemente espressivo di Antonio Tonelli, una inconfondibile Comunione di Vito Melotto, una Crocifissione di Alfredo Mazzotta, un’immagine rappresentante L’uomo spirituale di Giovanni Blandino e una Madonna di Emiliano Rizzotto. Energia e stilizzazione caratterizzano i lavori del giovane cinese Xiang Qingang, presente anche con una ceramica monocroma, riproducente la testa di un guerriero di terracotta. Di Adamo Calabrese è Via Crucis dedicata a un professore di matematica che porta la sua croce. Infine sono da ricordare i due acquerelli su carta e legno intitolate “Un uomo” frutto di una congiunta elaborazione della educatrice Anna Rita Regondi della Fondazione Stefania di Muggiò e dei suoi due assistiti Gigi Z e Mario R.

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