Il “codice sorgente” del grande cinema

In principio è stato Memento. Ma anche, più semplicemente Ricomincio da capo. Oppure Matrix, o ancora Atto di forza, o Il sognatore d’armi di Philip Dick. Insomma sono infiniti e diversi i riferimenti cinematografici e letterari per un film come Source Code, piccola-grande sorpresa riservata dalla programmazione a questo scorcio finale di stagione. Un film che si riavvolge di continuo su se stesso, e che accenna a codici sorgente e meccanica quantistica, filosofia e innesti di memoria, raccontando una storia che continuamente si riavvolge su se stessa. Proprio come una pellicola cinematografica.

Un uomo è seduto nella carrozza di un treno. Si sveglia all’improvviso e ha di fronte a sé una ragazza che gli parla, ma di cui lui non ricorda il nome. Lui è il capitano Colter Stevens, un pilota di elicotteri che negli abiti borghesi di un altro uomo si troverà impegnato in una missione “ai confini della realtà”, sospesa come il suo protagonista in un limbo tra la vita e la morte. Come il treno su cui viaggia, che va incontro a un’esplosione causata da un atto terroristico, verrà continuamente “rimandato indietro” per cercare di disinnescare l’ordigno e riconoscere l’attentatore prima che questi entri in azione. E avrà solo otto minuti di tempo, ogni volta che il nastro verrà riavvolto, gli otto minuti che gli vengono consentiti dal “codice sorgente” che ha permesso di “innestarlo” in un’altra persona. Otto minuti al termine dei quali il capitano Stevens si ritrova rispedito in una capsula d’acciaio in cui sente solo freddo e le voci dei “superiori” che lo indirizzano nella sua missione.

Chi è il capitano Stevens e cos’è quella capsula è bene non svelarlo in anticipo per non togliere uno dei tanti motivi di suspance che tengono legati al film di Duncan Jones, regista che, questo invece si può dire subito, sembra avviato verso una luminosa carriera. Duncan “Zowie” Jones, oppure “Zowie Bowie” se volete utilizzare il cognome del padre, il Duca Bianco che lo aveva reso famoso alla nascita quarant’anni fa dedicandogli una canzone. Molto prima che fosse il cinema a rivelarlo, ora, con questo secondo film che conferma tutte le cose belle dette dopo l’esordio (Moon) e colpisce per diversi motivi. Per la maniera in cui tratta e racconta una storia complessa. Perché immagina quel territorio sospeso tra la vita e la morte e gli dà una forma. Perché immerge lo spettatore in una corsa a perdifiato che continuamente si riavvolge e si ricostruisce proprio come la pellicola o come il cinema. Con il protagonista che si muove in un territorio che non è realtà e non è nemmeno un luogo immaginato.

Va detto che il mistero sull’identità del protagonista e il meccanismo dell’azione vengono forse svelati troppo presto dagli sceneggiatori e fanno perdere un po’ della tensione e dello spaesamento iniziale. È così che pare funzionare meno, dal punto di vista del ritmo, la seconda parte del film, quando si avvia a soluzione uno dei due piani su cui si svolge il racconto. In compenso è proprio qui che vengono inseriti altri temi “forti”, come l’eutanasia, sentimenti e comportamenti non banali dei personaggi, che coinvolgono l’etica, la morale, il dovere, la famiglia. Che senz’altro stonerebbero in un film differente da questo, che fosse votato semplicemente all’azione. Invece Duncan Jones ribadisce la sua vocazione di regista che guarda in “alto”, non semplicemente nel senso materiale del termine, del cielo e della fantascienza (genere fino ad ora prediletto). Ma soprattutto in quello metaforico, inteso come una vena che porta i suoi film ad approdare verso territori complessi della vita, analizzati con uno sguardo non convenzionale, come dimostra il finale “doppio” di questo film, che solo in apparenza può risultare consolatorio.

PRIMA VISIONE - In principio è stato Memento. Ma anche, più semplicemente Ricomincio da capo. Oppure Matrix, o ancora Atto di forza, o Il sognatore d’armi di Philip Dick. Insomma sono infiniti e diversi i riferimenti cinematografici e letterari per un film come Source Code...

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