I parassiti di Bong Jooh-ho: la lotta sociale senza vincitori

I parassiti di Bong Jooh-ho: la lotta sociale senza vincitori

Il film del regista sudcoreano che ha sbaragliato gli avversari all’Oscar

Sul treno di “Snowpiercer” le differenze sociali funzionavano in orizzontale: in coda stavano gli ultimi, i diseredati, in testa chi comandava e decideva i destini degli altri. “Parasite” invece è un film “verticale”: in basso stanno i poveri, senza lavoro, ammassati in sottoscala improponibili; in alto - nei quartieri eleganti di Seul - stanno i ricchi, belli, «gentili perché possono permetterselo».

Il cinema di Bong Joon-ho è destabilizzante, dissacrante, politico. Non ha paura di creare fastidio o imbarazzo, non teme il passaggio continuo da un genere all’altro, che anzi cerca per spiazzare di continuo lo spettatore. Dall’era glaciale di quel treno lanciato a tutta velocità il regista passa quindi alla Seul contemporanea per parlare più o meno della stessa cosa. Di differenze sociali innanzitutto, e di finzione, inganno, lotta per la conquista del potere. E se “Snowpiercer” era un adrenalinico film di fantascienza, “Parasite” (Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes) è un sottile noir che abbatte ogni confine di genere.

I “parassiti” del titolo sono i componenti di una famiglia che vive di espedienti – padre, madre, figlio e figlia – che decidono di impossessarsi degli agi e della ricchezza di una famiglia bene di Seul, che vive in collina in una casa da sogno progettata da un archistar. Per farlo progetta di “innestarsi” letteralmente in quel corpo, occupandolo e trasformandolo. «I soldi sono come un ferro da stiro»: tolgono le grinze e nascondono le imperfezioni. I poveri invece sono “brutti, sporchi e cattivi” come quelli di Scola, e si portano addosso un odore di seminterrato che non se ne va nemmeno con l’inganno. Elaborato un piano per entrare progressivamente nelle “vite degli altri” i quattro sembrerebbero riuscire nell’intento con furbizia e con la complice ingenuità dei loro opposti, in qualche maniera altrettanto colpevoli o comunque carenti sotto molti punti di vista.

Non si salva nessuno o quasi nel cinema del regista coreano: sotto i suoi colpi vacillano istituzioni (la famiglia) e regimi (il Nord preso di mira e parodiato, ma anche il Sud con le enormi distinzioni di classi), non ci sono né cattivi né buoni, non possono essere incolpati i poveri che si portano addosso quell’odore che cercano di cancellare con la scalata sociale fraudolenta, non possono essere perdonati gli altri incapaci di vedere ciò che accade fuori dal muro dorato che li circonda. La forza di Bong Joon-ho sta in una scrittura sempre lucida e imprevedibile e in una regia che va oltre la perfezione stilistica. Il noir diventa grottesco, la paura si fa quasi splatter, i confini si perdono e devono essere tracciati un poco più in avanti. A un certo punto speri che il diluvio arrivi per lavare tutto, sporcizia, parassiti e peccati, ma l’acqua gonfia le fogne che allagano le case dei bassifondi, come in una metaforica punizione del cielo. E bisogna trovare un altro rifugio per poter sopravvivere.


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