Harry Potter, l’epilogo dove tutto è iniziato

Harry Potter, era dunque così che doveva finire. Dieci anni dopo l’inizio della saga cinematografica, sette film (e oltre 6 miliardi di dollari di incassi in tutto il mondo) e sette libri dopo (con più di 500 milioni di copie vendute) era qui che tutto doveva finire. Dove era cominciato.

Non chiamatelo cinema per ragazzi, forse ha conservato i volti e un po’ le

vicende, ma da tempo ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che Harry Potter è un grande romanzo di formazione, giunto ora al suo epilogo adulto. E con lui i film che lo “accompagnano”, diretti in maniera sempre più personale, e arrivati finalmente alla “parte due” de I doni della morte che si candida ad essere probabilmente il più bello e completo della serie. Un’opera “spielberghiana” nell’anima, un grande film d’avventura che indaga ed entra negli angoli più intimi delle cose, una storia di crescita e di trasformazioni e che ha saputo sfruttare anche come pochi altri hanno fatto il 3D: finalmente la nuova “dimensione” non sembra appiccicata alla storia per ragioni commerciali, ma regala anzi mistero e spettacolo al contesto, senza essere invasivo. Assecondando anzi lo stile nero che gli autori (il regista e prima la scrittrice) hanno voluto dare all’opera.

Il nuovo film, diretto ancora una volta da David Yates, riparte da dove era finita la prima parte de I doni della morte, uscito alla fine dell’anno scorso. Harry Potter (Daniel Radcliffe), affiancato come sempre dagli amici Ron (Rupert Grint) ed Hermione (Emma Watson) si mettono alla ricerca degli ultimi Horcrux, gli oggetti in cui Lord Voldemort (Ralph Fiennes), ha nascosto parti della sua anima, che è necessario distruggere per uccidere il diabolico mago “nero”. Così la saga riconduce i suoi protagonisti là dove era cominciata, nella scuola di Hogwarts, ormai diventata una cupa prigione da quando Piton ha preso il posto di Silente. Qui dovrà svolgersi lo scontro finale, con tutti i maghi coinvolti nella sfida rivelatrice tra il bene e il male, mai così direttamente a confronto.

Ci sono film destinati a rappresentare una generazione di spettatori. Opere che segnano e trasformano il pubblico, per i quali diventano “icone” nel tempo. Non sappiamo se Harry Potter vale già così tanto, quello che è certo è che già ora questa saga incarna lo spirito e i gusti di un pubblico che è cresciuto con lei, che ha seguito le avventure ed è cresciuto assieme ai suoi protagonisti bambini, diventati nel tempo giovani uomini.

E, naturalmente, fisiologicamente, anche la maniera di raccontare si è modificata: l’ultima “puntata” della serie è infatti un film adulto e potente, complesso e completo, che arriva dopo un lungo cammino che ha portato la storia (e il pubblico) dall’avventura al dramma, attraversando i generi cinematografici, ma prima ancora quelli della vita.

Avventuroso come i “predatori” di Indiana Jones, oscuro e filosofico come l’opera rock The wall di Alan Parker, questo ultimo Harry Potter è più intimo che spettacolare. Conserva i tratti distintivi originari, affronta i temi cari sin dall’inizio della saga, ma li rilegge sotto una luce differente. Parla di lealtà e di amicizia, di paura e divertimento, ma anche questo è oggi più adulto, meno giocoso. La lotta tra il bene e il male, con la parte oscura che ormai si è insidiata anche dentro i “buoni”, ha fatto aumentare le sfaccettature, ha spinto più avanti lo sguardo dei bambini (oggi ragazzi) e la riflessione. Peccato solo che la Rowling non si sia fermata un passo prima e che (il film come il romanzo) alla fine svelino troppo, togliendo ogni mistero sul destino dei suoi protagonisti: il pubblico avrebbe dovuto poterli conservare per sempre così come li ha conosciuti, eternamente giovani. Almeno nei libri e nei film può accadere.

PRIMA VISIONE - Harry Potter, era dunque così che doveva finire. Dieci anni dopo l’inizio della saga cinematografica, sette film...

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